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Una bottiglia può diventare uno snack? Il progetto NASA che insegna ai lieviti a creare cibo

ereftalato, utilizzato comunemente per bottiglie e contenitori. Al materiale plastico possono essere affiancati residui vegetali, come quelli provenienti dalla lavorazione del mais. Il risultato finale sperimentale viene mescolato con altri componenti e lavorato attraverso una stampante alimentare 3D per ottenere piccoli biscotti.

L’interesse va oltre la curiosità gastronomica. Secondo l’OCSE, nel 2019 sono stati generati nel mondo circa 353 milioni di tonnellate di rifiuti plastici, ma soltanto il 9% è stato effettivamente riciclato. Le proiezioni indicano che, senza cambiamenti significativi, la quantità annuale potrebbe superare il miliardo di tonnellate entro il 2060. Trasformare una parte dei rifiuti in nuove materie utili rappresenta quindi una delle strade studiate nell’ambito dell’economia circolare.

Come si trasforma una bottiglia di PET in un ingrediente alimentare

La plastica non viene consumata direttamente: il processo serve a smontarla in molecole più semplici, che possono successivamente essere elaborate dai microrganismi.

Il sistema utilizza un procedimento chiamato dissoluzione idrotermale ossidativa. Acqua e ossigeno, insieme a temperature e pressioni elevate, contribuiscono a rompere la struttura del PET e della biomassa vegetale, producendo composti contenenti carbonio più facilmente utilizzabili.

A quel punto entrano in gioco lieviti opportunamente selezionati o modificati. I microrganismi metabolizzano queste sostanze e producono nuovi componenti, tra cui proteine, grassi e altri composti utili dal punto di vista nutrizionale. Il principio ricorda, almeno concettualmente, numerosi processi biotecnologici nei quali batteri o lieviti vengono impiegati come piccole fabbriche biologiche.

Perché nei biscotti entrano in gioco vaniglia e vitamina A

Uno degli aspetti più curiosi riguarda il tentativo di rendere il prodotto appetibile, perché ottenere semplicemente una fonte di proteine non basta per creare un alimento realmente utilizzabile.

I ricercatori hanno lavorato, per esempio, sul comune lievito Saccharomyces cerevisiae, modificandolo affinché possa produrre vanillina, la molecola responsabile del caratteristico aroma della vaniglia, partendo da composti derivati dalla biomassa vegetale.

Un altro lievito, Rhodosporidium toruloides, è stato adattato per utilizzare glicole etilenico derivato dal PET e contribuire alla produzione di beta-carotene. Questa sostanza è un precursore della vitamina A e può quindi aumentare il valore nutrizionale dell’alimento.

Alla miscela vengono poi aggiunti elementi come fibre, amido e dolcificanti. L’impasto può essere estruso attraverso una stampante 3D alimentare, creando la forma del biscotto.

Qualcuno ha già assaggiato i biscotti ottenuti dalla plastica?

Per il momento bisogna essere prudenti: i µBites restano un prodotto sperimentale e non sono un alimento disponibile al pubblico.

I dati raccolti dal gruppo di ricerca indicano che il materiale ottenuto soddisfa i parametri di sicurezza analizzati, ma il team sta ancora completando l’iter necessario per condurre formalmente nuovi test di assaggio. Sono già state effettuate valutazioni relative all’aroma e, secondo quanto comunicato dai ricercatori all’American Chemical Society, diversi partecipanti si sono dichiarati disponibili a mangiare un prodotto simile in condizioni nelle quali le risorse alimentari fossero limitate.

La distanza tra un prototipo di laboratorio e uno snack venduto in un supermercato rimane comunque ampia. Servono verifiche tossicologiche, standard produttivi, autorizzazioni alimentari e sistemi capaci di garantire che eventuali contaminanti presenti nei rifiuti iniziali non arrivino al prodotto finale.

Perché la NASA è interessata a trasformare gli scarti in cibo

Nello spazio profondo, ogni chilogrammo trasportato ha un costo e rifornire continuamente un equipaggio dalla Terra può diventare impraticabile. Per questo la NASA studia sistemi nei quali acqua, materiali, energia e rifiuti possano essere recuperati il più possibile.

Il Deep Space Food Challenge è stato progettato pensando a tecnologie potenzialmente adatte a equipaggi impegnati per anni lontano dalla Terra. La NASA ha indicato tra gli scenari di riferimento sistemi capaci di contribuire all’alimentazione di quattro astronauti durante una missione di andata e ritorno di circa tre anni, senza poter contare su normali rifornimenti.

Una tecnologia come µBites potrebbe quindi trasformare materiali normalmente considerati scarti in nuove risorse. Sulla Terra, eventuali evoluzioni potrebbero interessare anche basi scientifiche isolate, sottomarini, zone colpite da calamità o territori nei quali trasportare regolarmente alimenti è complesso.

La domanda più affascinante, quindi, non è se un giorno mangeremo davvero “biscotti di plastica”. È capire se i rifiuti che oggi consideriamo inutilizzabili potranno diventare materia prima per nuovi sistemi alimentari, grazie a microrganismi capaci di ricostruire molecola dopo molecola ciò che la chimica ha precedentemente separato.

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