Un consenso disinformato


Nell’ultimo anno e mezzo, ne abbiamo viste di tutte. Dalle mascherine farlocche ai mancati protocolli di cure domiciliari, che hanno prodotto migliaia di morti. Di cui nessuno pagherà mai il conto.

Ora, per avere il vaccino, che è necessario, se non, di fatto, obbligatorio, bisogna prestare il consenso informato. Non a tutela del poveretto che fa l’iniezione o l’anamnesi, ma delle autorità sanitarie, dal ministro in giù, che non hanno perso occasione per offrire una ben misera prova di capacità ed efficienza nel corso dell’intero periodo.

Non entriamo nel merito del vaccino. Discutiamo l’opportunità e la valenza del consenso informato, che veramente informato ovviamente non è, né può essere. E, quindi, serve soltanto alla politica sanitaria per dissimulare le sue responsabilità.

Dagli anni 70/80 il consenso informato è entrato a gamba tesa nelle cartelle cliniche, di interventi chirurgici e di terapie ardite. Il paziente è informato che l’atto operatorio potrebbe essere fatale o presentare complicanze e, dinanzi alla prospettiva degli esiti letali della malattia, accetta il rischio.

Piano piano, la pratica del consenso si è diffusa e ora viene richiesta anche per fare la pedicure. Non si sa mai, la forbicetta potrebbe scappare di mano o non essere igienizzata a dovere!

Con ciò, assumendo una funzione di scudo legale del tutto estranea alle esigenze e alle ragioni originarie. In effetti, il consenso che viene richiesto per fare il vaccino, in particolare il cosiddetto eterologo, è la dimostrazione del fallimento della politica sanitaria e della parte più strillona della scienza medica.

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