Un farmaco nato per il diabete e diventato celebre per la perdita di peso potrebbe avere effetti molto più ampi di quelli per cui viene oggi prescritto. Una ricerca pubblicata su Nature ha mostrato che la semaglutide, un agonista del recettore GLP-1, ha rallentato diversi segni dell’invecchiamento in topi femmina anziani e ne ha prolungato la sopravvivenza mediana. 834 giorni di vita mediana nel gruppo trattato contro 742 nel gruppo di controllo. La differenza è di 92 giorni, pari a circa il 12,4%.
Lo studio è interessante perché il trattamento non è iniziato in animali giovani. I ricercatori dell’Università della California, Berkeley, hanno utilizzato topi femmina di 20 mesi e hanno somministrato semaglutide per tre mesi nelle analisi fisiologiche e molecolari, proseguendo la terapia per tutta la vita nel gruppo destinato a misurare la sopravvivenza.
Gli animali trattati hanno mostrato risultati migliori in test di movimento, resistenza muscolare, controllo del glucosio e memoria spaziale. Nel cervello sono aumentati alcuni marcatori associati alla produzione di nuovi neuroni nell’ippocampo, mentre nei tessuti sono diminuiti segnali collegati a infiammazione, senescenza cellulare e instabilità genomica.
Il lavoro aggiunge così un tassello a una domanda che la ricerca insegue da anni: è possibile imitare farmacologicamente alcuni effetti della restrizione calorica, un modello classico negli studi sulla longevità? Nei topi coinvolti, la semaglutide ha ridotto l’assunzione di cibo del 24% e ha riprodotto diversi effetti osservati con una restrizione calorica equivalente.
Il passaggio decisivo, però, è ciò che ancora non sappiamo. Un risultato ottenuto nei topi non dimostra che lo stesso farmaco allunghi la vita umana. La semaglutide è autorizzata per indicazioni precise legate al diabete di tipo 2 e alla gestione del peso in determinate categorie di pazienti; non è un trattamento anti-età. Per verificarne un eventuale effetto sulla longevità servirebbero studi clinici di lunga durata dedicati a questo obiettivo.
Che cosa ha scoperto davvero lo studio sulla semaglutide?
Lo studio ha mostrato che l’attivazione del recettore GLP-1 in età avanzata può influenzare più dimensioni dell’invecchiamento nei topi. Per la parte dedicata alla sopravvivenza sono stati utilizzati 79 animali: 39 nel gruppo di controllo e 40 trattati con semaglutide.
La sopravvivenza mediana è passata da 742 a 834 giorni. Parallelamente sono migliorate coordinazione motoria, forza, resistenza durante l’esercizio e capacità di gestire il glucosio.
Gli autori hanno inoltre osservato modifiche in diversi “hallmarks of ageing”, i principali processi biologici associati al deterioramento legato all’età, tra cui infiammazione cronica, senescenza cellulare, disfunzione mitocondriale e instabilità del DNA.
Perché il confronto con la restrizione calorica è così importante?
Perché la restrizione calorica è uno dei modelli più studiati per valutare l’estensione della vita in numerose specie animali. Ridurre l’apporto energetico senza provocare malnutrizione può attivare vie metaboliche legate alla sopravvivenza cellulare e alla risposta allo stress.
I ricercatori hanno confrontato direttamente semaglutide e una riduzione calorica del 24%. Entrambi gli interventi hanno prodotto una perdita di peso e di massa grassa comparabile, ma con modalità alimentari diverse.
I topi sottoposti a restrizione calorica consumavano rapidamente la razione e affrontavano poi un lungo digiuno. Quelli trattati con semaglutide distribuivano maggiormente l’assunzione di cibo durante la giornata, coerentemente con la riduzione dell’appetito tipica degli agonisti GLP-1.
Cosa è successo al cervello degli animali trattati?
Uno dei risultati più curiosi riguarda l’ippocampo, regione fondamentale per apprendimento e memoria. Nei topi anziani trattati sono aumentate cellule positive a marcatori associati alla proliferazione cellulare e nuovi neuroni nel giro dentato.
Nei test comportamentali gli animali hanno inoltre mostrato una migliore memoria spaziale e una maggiore attività esplorativa. Sono segnali interessanti perché la neurogenesi tende a diminuire con l’età.
Questo non equivale però a dimostrare che la semaglutide prevenga demenze o ringiovanisca il cervello umano. I risultati descrivono un modello sperimentale animale e devono essere verificati con studi clinici specifici.
Esistono già segnali positivi negli esseri umani?
Sì, ma riguardano soprattutto salute cardiovascolare e peso, non un effetto anti-invecchiamento dimostrato. Lo studio SELECT ha coinvolto 17.604 adulti con malattia cardiovascolare e sovrappeso o obesità, senza diabete. Con semaglutide 2,4 mg, gli eventi cardiovascolari maggiori si sono verificati nel 6,5% dei partecipanti contro l’8,0% con placebo, una riduzione relativa del rischio del 20%.
Nello stesso programma di ricerca, la perdita di peso media con semaglutide è rimasta significativa fino a quattro anni. Sono benefici clinici reali in popolazioni selezionate, ma non provano un allungamento generale della vita.
La semaglutide può quindi essere usata per vivere più a lungo?
No: oggi non esiste un’indicazione approvata per usare la semaglutide come farmaco della longevità. Nell’Unione europea, Ozempic è autorizzato per il diabete di tipo 2, mentre Wegovy è indicato per la gestione del peso in persone con obesità o in determinate condizioni di sovrappeso.
Come ogni medicinale, può causare effetti indesiderati. Per Wegovy, l’Agenzia europea per i medicinali segnala tra i più comuni nausea, vomito, diarrea, stitichezza, dolore addominale e mal di testa.
Il valore della nuova ricerca sta quindi altrove: mostra che i farmaci GLP-1 potrebbero interagire con processi biologici più ampi del semplice controllo dell’appetito. Capire se questo fenomeno possa tradursi, nell’uomo, in più anni vissuti in buona salute sarà una delle domande più interessanti da verificare nei prossimi studi.
