Causa Mediaset-Vivendi: la teoria dei giochi applicata al caso concreto


La lite tra Mediaset e Vivendi non conosce tregua. Un comunicato di agenzia nei giorni scorsi ha informato il pubblico (e il mercato azionario) che Mediaset si è rivolta al giudice designato del Tribunale di Milano, già investito della causa di risarcimento, per chiedere il sequestro delle azioni di Vivendi. Il provvedimento, qualora fosse concesso, garantirebbe l’esecuzione del contratto di compravendita delle azioni di Mediaset Premium, controverso nella causa.

Nel frattempo, il Sole 24 Ore del 14 ottobre ha titolato “Sky segue con interesse lo scontro su Premium” riferendo che “mercato e banche d’affari continuano a rilanciare sull’ipotesi” di un interesse di Sky, pure escluso dal rappresentante italiano della società, Andrea Zappia. Non si sa che cosa ne pensino i bookmaker inglesi e la Consob. Il titolo azionario di Mediaset non è – ovviamente – indifferente alla contesa giudiziaria e alla prospettiva dello sviluppo o della contrazione della quota di Pay Tv detenuta da Mediaset Premium, visto l’andamento di Borsa. Le due società contendenti dovrebbero, secondo noi, essere più inclini a informare il mercato, non mediante comunicati, ma mettendo gli atti a disposizione. E Consob dovrebbe sollecitare una effettiva informazione del mercato, affidato ai suoi compiti, consentendo ai media di svolgere la loro funzione ed ai risparmiatori di fare scelte di investimento ragionate. Invece, così, in mancanza degli atti, bisogna presumere.

L’opzione dell’istanza di sequestro attivata da Mediaset riflette una scelta tattica, sia mediatica, che giudiziaria e negoziale. Perché Vivendi deve mettere in conto che il sequestro possa essere accolto, anticipando l’esito del giudizio. D’altra parte, se non fosse accolto, la pretesa di Mediaset sarebbe compromessa, almeno agli occhi del pubblico. Il giudice ne è consapevole, sa che la sua decisione è destinata ad influenzare le scelte dei risparmiatori, in un senso e nell’altro, e quindi sarà molto prudente e si munirà di sostegni peritali. Le posizioni delle due parti sono dichiarate. Mediaset sostiene che il contratto di cessione delle azioni Mediaset Premium sia definitivo, esecutivo, e quindi che abbia passato ogni possibile vaglio di Vivendi prima della firma. Vivendi sostiene che siano emersi, in seguito alla firma, elementi nuovi sul business plan, tali da pregiudicare la posizione della società nel mercato di settore, da cui il suo interesse all’acquisto sarebbe stato ridimensionato. Il giudice dovrà, quindi, acquisire il contratto, i documenti allegati e le elaborazioni successive degli esperti di Vivendi e disporre l’integrazione del contraddittorio nei confronti di altre parti interessate e non convocate.

Agli effetti del mercato, è teoricamente indifferente che la proprietà delle azioni sia nelle mani di Mediaset o di Vivendi, come insegnano vari premi Nobel in materia di Law and Economics. Salvo che il capitale umano dell’una non sia migliore dell’altra. Ma questo nessuna delle due contendenti lo ammetterà mai. Mentre è importante, decisivo, il progetto di sviluppo e quindi delle risorse richieste dalle esigenze di riposizionamento sul mercato, allo stato dominato da Sky. In sostanza, Mediaset Premium o sottrae quote a Sky o conquista nuovi abbonati, a concorrenza di un punto di equilibrio che al momento appare fuori portata. Questo è il vero punto della causa, che finora non è stato trattato dalla stampa e che certamente non sfugge alle due società, molto attrezzate sotto ogni profilo.

C’è una vera e propria prospettiva di mercato per Mediaset Premium, a prescindere dalla proprietà delle azioni, che costituisce materia di contesa tra le due parti? Il quesito non è di poco conto, perché è destinato a determinare la decisione del giudice del sequestro e della causa, costituendo il vero, necessario, ineliminabile, ai sensi della legge italiana, elemento essenziale del contratto. A prescindere da ogni precedente clausola dell’accordo. Perché non sono in discussione soltanto gli interessi di due parti private. Ma sono, in effetti, controversi nella causa gli interessi prevalenti degli azionisti che nella causa non sono rappresentati e sulla cui testa vengono prese decisioni, che riguardano più loro, complessivamente, che Mediaset o Vivendi.

Noi, infatti, riteniamo che Consob debba farsi avanti, informarsi ed informare i risparmiatori, consentendo una scelta di investimento o disinvestimento ragionata, effettiva. Forse in Italia sarebbe la prima volta, ma bisogna pur cominciare. Chiediamo, quindi, a Consob se e cosa, eventualmente, intenda fare. Fermo restando che anche il giudice potrebbe rendersi conto che i risparmiatori non sono rappresentati e che, in effetti, quando si parla di “mercato” si discetta del loro investimento privato, personale.

Nel frattempo, le due società dovranno valutare la prospettiva del giudizio o, in alternativa, ricorrere ad un negoziato che differisca i termini della decisione. Potrà soccorrerli il dilemma del prigioniero (più nobilmente, la teoria dei giochi), visto che l’esito è incerto e che le decisioni delle parti sono influenzate, nel breve termine, da soggetti terzi, quali il giudice, la Consob, Sky, la Borsa. E forse altri ancora. Le due società e i legali si trovano in un ginepraio. Anche i mediatori (Tarak Ben Ammar, amico di entrambe le parti, e Mediobanca, impegnati nella ricerca del compromesso, sempre secondo il Sole 24 Ore) e i negoziatori dovranno tenere conto di fattori, che di solito sfuggono all’ortodossia giuridica, ma non al mondo degli affari. Noi continueremo a seguire la vicenda.

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