Vaccini e brevetti: una questione di geopolitica


Sono in corso grandi manovre tra le potenze mondiali. In gioco ci sono i ruoli e gli assetti, sia economici che politici, da conquistare nell’immediata fase post pandemica. Il nuovo inquilino della Casa Bianca, Biden, sta facendo sentire la propria presenza nello scenario internazionale, dotandosi di un allure di magnanimità, presumibilmente allo scopo di mantenere alto il livello di gradimento con la stampa e l’opinione pubblica.

Su questo, ma non solo, ne abbiamo sentito il Prof. Paganini, player liberale e sempre aggiornato sulle dinamiche d’oltreoceano.

1. La linea Biden, che propone di liberalizzare i brevetti dei vaccini ha diviso l’opinione pubblica. In effetti, entrambe le posizioni appaiono legittime e meritevoli di ampio dibattito politico. Tuttavia, oltre alle questioni più strettamente di merito, sembra una mossa strategica da parte della nuova amministrazione per rimettere gli USA al centro dello scenario internazionale e dare, così, un segnale alle altre potenze mondiali. Può essere una chiave di lettura della vicenda?


La proposta di Biden è geopolitica. È il tentativo USA di rispondere a Pechino che sta regalando vaccini (di qualità dubbia, come sappiamo) a mezzo mondo. La finalità è unicamente geopolitica e egemonica. Internamente negli USA, e in Occidente, la proposta è politica, e trova sostegno nelle frange ideologiche e religiose della Sinistra Liberal (negli USA) e verde, mondialista e anti globalizzazione in Europa (e in Italia). Trova anche il sostegno di qualche Radical Chic che ignora il valore della proprietà intellettuale.

È una proposta emotiva che tecnicamente non può avere alcun successo. Uso la metafora del risotto di mia mamma. È notoriamente il migliore al mondo. Amici e amiche hanno avuto la ricetta, ma nessuno è in grado di replicarla così bene. Lo stesso vale per i vaccini e i farmaci. Avere il brevetto, cioè la formula, a disposizione, non implica implicitamente la capacità di produrre e distribuire un buon farmaco. Per produrre e distribuire farmaci servono know-how, competenze, esperienze, strutture e infrastrutture. I paesi che hanno bisogno disperato di vaccini non ne sono dotati. Farebbero quindi ricorso alle multinazionali che glia avrebbero ceduto i brevetti. Qui sta la furbizia di Biden: ti do il brevetto ma ti servi delle mie aziende.

La sospensione dei brevetti è già, purtroppo, prevista nei TRIPS dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, con le così dette licenze obbligatorie, i cui esiti non sono molto positivi. Chi ha il brevetto in mano poi non necessariamente sa produrre e distribuire. Cina e India sono maestri nel copiare, senza permesso, i brevetti, per poi vendere i farmaci in Africa a prezzi ridotti, ma spesso non rispettando le procedure tecniche di corretta distribuzione. I farmaci di fatto, scadono o vanno a male, quindi non possono essere impiegati o se lo sono, possono avere danni gravi sui pazienti.

In questo caso poi chi vuole i brevetti lo fa non per se, ma per andare a vender e i farmaci a sua volta ai paesi così detti poveri, a prezzi più competitivi.

È una questione geopolitica. L’occidente deve essere fermo su questo punto: i brevetti non si toccano. Si investa sui programmi tipo Covax, o si aiutino i paesi in via di sviluppo a promuovere attività di ricerca e sviluppo, e di produzione e distribuzione dei farmaci. 

2. The Economist sta cominciando a parlare della possibilità di un nuovo boom post pandemico, richiamando alcuni precedenti storici. Ma ogni medaglia ha il suo rovescio e certamente la pandemia finora ha soltanto ampliato il divario sociale. Quali correttivi dovranno adottare i Governi per cavalcare l’onda della ripresa?

L’aspettativa è che, almeno in Italia, il rimbalzo fisiologico che ci aspetta, duri nel tempo: da episodio a costante, grazie al sostegno della domanda con risorse pubbliche (europee). Tutto dipende da come saranno investite queste risorse e se saranno accompagnate da riforme strutturali che appunto, sostengano la domanda, ma facilitino anche l’offerta. I mali dell’Italia sono pre pandemici. Paradossalmente un evento drammatico come la pandemia, può diventare un’opportunità di rilancio. Deve certamente diventare occasione di riforme. Se questo non avverrà, ci troveremo come a inizio 2020 ma con un debito più alto per le nuove generazioni.

Al momento c’è grande ottimismo e speranza che però deve essere accompagnata dai fatti. È necessario anche considerare quelle riforme che si ha paura ad affrontare perché riguardano questioni complesse che richiedono cambi radicali di paradigma: welfare e lavoro per esempio. L’automazione, la flessibilità sul lavoro, l’evoluzione tecnologica e delle conoscenze, richiedono un mercato del lavoro molto dinamico con un welfare adeguato. Stiamo affrontando il futuro con gli strumenti del passato.

3. Venendo alla nostra realtà nazionale, il Governo di Draghi – forte della fiducia di larga parte del Paese – sta agendo come ci si aspettava?

Io sto sempre all’opposizione. Chi si affida al metodo del liberalismo e quindi sperimentale deve operare per dubitare e sollecitare con spirito critico le proposte cher si avanzano. Ovviamente stimo e sostengo l’operato di Draghi che sta facendo bene sui vaccini, finalmente, ed era difficile sbagliare a questo punto; sta facendo bene nell’impostare la struttura di gestione e spesa del recovery, a cominciare dalle semplificazioni. Sta seguendo la strada della ragione sulle riaperture, anche se si poteva fare qualcosa di più rapido.

Sulle riforme è fermo però. Almeno per il momento. Mi aspetto la riforma del fisco, almeno quella. Per il resto c’è il limbo dell’elezione del Presidente della Repubblica. Li sapremo quanto durerà questo Governo e chi verrà dopo.

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