Un salotto per il paese, la ricetta delle élite


Abbiamo già commentato la trilogia di Lodovico Festa, ex comunista, sui delitti che hanno per sfondo il Partito Comunista Italiano-Pci negli anni 70, 80 e 90, e ne abbiamo raccomandato la lettura per la fedeltà e l’acutezza della rappresentazione.

Ora, con alcune citazioni, mettiamo a confronto il metodo di analisi praticato dalla sinistra di allora con il metodo che Galli Della Loggia, esponente delle élite ostili dichiaratamente alla destra, ma in realtà al rischio dello spiazzamento, ha consigliato a Giorgia Meloni per “prendere in mano il paese e portarlo verso un qualsiasi traguardo importante”. 

In Addio Milano Bella, ultimo libro della trilogia di Festa, un compagno degli anni 90, disilluso dalla svolta della Bolognina e dalla trasformazione del partito in Pds, così si lamenta, nelle parole di Festa: “Uno degli elementi di forza del nostro partito è sempre stata la capacità di esercitare un’analisi articolata delle situazioni in cui ci si trovava. Capire le tendenze di lungo periodo, le ragioni nascoste dei fenomeni, studiare gli argomenti degli avversari e così via. Nel paciugo scandalistico propagandistico in cui siamo immersi, questo tipo di analisi sta diventando praticamente impossibile. I nostri, di fatto, si dividono su quale opinion maker seguire”. 

Si era nella finzione del 1994, in piena Tangentopoli, prima dei governi Prodi e D’Alema, quando ancora sembrava che nulla potesse essere peggio della trasformazione politica e sociale in corso. Invece, poi ci sono stati i governi di sinistra.

Dice, sempre nelle parole di Festa, una compagna operaia: “Ho come la sensazione che si sia rotto qualcosa di profondo. Io, un’operaia, mi trovavo a discutere con professori perfino dell’università. Il mio ruolo non si limitava a vendere il mio lavoro ma anche quello di rappresentare un settore della società che non solo era indispensabile per la sua funzione ma anche per la consapevolezza più generale che esprimeva. E ora? La politica appare una cosa per specialisti, la protesta si separa dalla cultura, si stanno scavando solchi tra lavoratori e intellettuali progressisti, che anche quando convergono su alcuni obiettivi paiono muoversi come corpi separati”. 

Affidiamo alle parole di Galli Della Loggia ospitato dal Corriere della Sera, che consiglia Giorgia Meloni, la risposta alla compagna operaia orfana dei dialoghi con gli intellettuali “progressisti” nei convegni dell’Unità e nelle università: “Se si vuole prendere in mano il paese e portarlo verso un qualsiasi traguardo importante allora non basta una maggioranza parlamentare, ci vuole qualcosa di molto di più.

Ci vuole la sintonia con uomini e donne delle più svariate attitudini e competenze, rapporti di contiguità o comunque di non ostilità con ambienti, gruppi, uffici studi, all’occorrenza anche salotti. Non bastano i compagni di sempre, gli amici fedelissimi di quando si era giovani”. 

In sostanza, la compagna operaia non è mai stata invitata nei salotti e apprende ora, ahimè troppo tardi, che la lunga marcia delle élite è avvenuta a sue spese. Mentre loro, le élite, grazie al partito del popolo e agli ambienti collaterali, tra cui i salotti bene, si sostenevano e vincevano a man bassa cattedre universitarie e concorsi per posti pubblici molto ben pagati, lei e gli altri compagni non venivano più invitati e ascoltati nei convegni, nemmeno per finta, in applicazione della doppia morale, e, anzi, venivano nascosti e dimenticati nelle periferie sempre più degradate.

Gli intellettuali di una volta, che ora preferiscono chiamarsi élite (è più elegante, un tocco di francese non guasta), hanno preso le distanze dai Cipputi per virare verso altre bestie da voto. E se i voti non arrivano, pazienza. Qualche rimedio si trova sempre. Basta stare nei salotti giusti.  

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