Più parità di genere significa meno pari opportunità


Letta continua a farsi del male. O vuole accelerare il redde rationem nell’ambito del partito, per stanare quelli che prima di lui hanno portato il partito al disastro, o nelle supercazzole ci crede veramente.

E allora qualcuno gli dovrebbe spiegare che l’Italia è a pezzi, che i suoi simpatizzanti di una volta sono quelli che meno gradiscono le celebrities, come le chiama Rampini da New York, o i fighetti, come si chiamano a Roma. A cui, lui, Letta è iscritto di diritto. Per nascita, censo, educazione e carriera.

Tutto bene, per carità. Però, per inseguire la parità di genere, si abbandonano le pari opportunità. Non è dichiarato, ma è quello che Letta sta facendo.

Ora, si è inventato l’adozione a distanza di studenti modello aumentando la tassa di successione. Non crediamo che abbia fatto la classica botta di conti, quelli che una volta si chiamavano i conti della serva (e ora non più, per rispetto nei confronti della categoria), facili facili, pura aritmetica, prima di parlare. Perché, se soltanto avesse ragionato e fatto i conti, avrebbe capito che l’aggio dello Stato assorbirebbe il gettito. Procurando lavoro ad altri, ma sicuramente non aiutando i giovani, più volenterosi e meno provvisti, a studiare.

Letta vuole dare un segnale? Cominci a percuotersi il petto a nome di quella politica che ha distrutto il merito e il successo che viene dall’impegno. A partire da don Milani, parroco dell’Isolotto. Passando per il 6 politico, il 18 di gruppo, le raccomandazioni universitarie, gli incarichi pubblici un tanto al chilo, i compromessi poco virtuosi, le distrazioni di massa, e così via.

Allora, forse, qualcuno degli ex compagni di partito (non suoi compagni, lui non lo è mai stato) lo comincerà ad ascoltare. C’è tempo, ma non molto. Ora, le cose accadono velocemente.

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