Mae indifferente ai diritti dei cittadini


I cittadini che si rivolgono alle istituzioni della politica estera per segnalare disfunzioni meritevoli di correzione devono essere ascoltati e gli interventi richiesti devono essere eseguiti, o motivatamente rigettati, e comunque discussi, in particolare se la segnalazione è circostanziata e spiegata da avvocati nell’esercizio delle loro funzioni.

Perché i cittadini non sono sudditi e i rappresentanti delle istituzioni svolgono un ruolo di interesse pubblico, che concorre alla pratica politica quotidiana.

Per dire che la politica estera non è affidata esclusivamente ai governi e alle diplomazie, ma riflette, nel mondo globalizzato, le attività di organizzazioni pubbliche e private, numerose e pervasive, ancorché poco visibili. Se le istituzioni nazionali vengono meno alla loro funzione, ne risente la credibilità del paese nelle relazioni internazionali.

Sulla base di questa premessa, raccontiamo ai nostri lettori una vicenda che esprime emblematicamente la debolezza del Ministero degli Affari Esteri – Mae nel rapporto con l’omologo ufficio del Lussemburgo.

La vicenda riguarda l’esterovestizione di una società italiana mediante la fittizia cessione di quote ad una società lussemburghese costituita ad hoc. IPSOA, società editrice specializzata, definisce l’esterovestizione come “la fittizia localizzazione della residenza fiscale di una società all’estero, in particolare in un Paese con trattamento fiscale più vantaggioso di quello nazionale, al fine  di sottrarsi al più gravoso regime nazionale”. Si tratta di un illecito amministrativo e societario, sanzionato da varie previsioni di legge.

Il fenomeno ha assunto in passato dimensioni preoccupanti sotto vari profili e il parlamento ha varato, nel 2009, la legge nota al pubblico come “scudo fiscale”, per incoraggiare il rimpatrio delle esterovestizioni. L’iniziativa ha incontrato l’adesione di numerosi imprenditori e ha prodotto un consistente gettito fiscale.

Tra i tanti, un imprenditore italiano di Roma ha ottemperato alle disposizioni di legge, ha pagato la tassa richiesta e ha rimpatriato la partecipazione. In seguito, è morto, lasciando non pochi problemi agli eredi meno informati sulle sue attività.

Infatti, ad un certo punto, inaspettatamente, il Tribunale del Lussemburgo, invece di prendere atto della situazione, ha dichiarato il fallimento della società lussemburghese – fittizia e, per la legge italiana, illecita – e ha nominato un curatore, che, ignorando la comunicazione dei legali degli eredi meno informati, accampa diritti sulla partecipazione rimpatriata.

Dopo vari inutili tentativi di spiegazione (non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire), i legali hanno informato il Mae, sollecitandone l’intervento presso l’autorità corrispondente del Lussemburgo e comunque chiedendo di essere ascoltati. La materia è regolata dalla legge italiana e l’esercizio della pretesa da parte dell’organo fallimentare lussemburghese è quanto meno avventato, lesivo della dignità dell’ordinamento italiano e meritevole di censura in sede politica, oltre che giudiziaria.

Il Mae, investito formalmente della questione, non ha proprio risposto ai legali dei cittadini italiani, fiduciosi nell’intervento politico, a tutela, sì, dei propri diritti, ma, in sostanza, anche dell’ordinamento giuridico nazionale, posto che la protezione dei diritti comporta il rispetto e l’attuazione della legge.

Si tratta, quindi, di un’occasione mancata di rispetto dei cittadini da parte del Mae, e di una manifestazione di debolezza politica nei confronti di un paese, il Lussemburgo, fondatore della Comunità, ora Unione, Europea, che si ritiene, per esperienze pregresse, un crocevia di attività nocive all’economia italiana e, quindi, anche al processo di integrazione europea.        

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