L’impresa di Draghi


Draghi può diventare un gigante della politica. Ha le qualità personali, le esperienze, le relazioni. A quanto sembra, anche la volontà.

Non sono noti, però, i suoi obiettivi, di interesse del paese. Che fanno la differenza tra il politico di lungo corso, come in Italia ce ne sono stati (ora di meno), e lo statista. Nel quale le legittime ambizioni personali si coniugano con gli interessi nazionali, perseguiti sulla scorta di analisi concrete.

Non c’è dubbio che Draghi abbia una squadra e che sappia scegliere le persone. Non sappiamo ancora se le scelte di persone e obiettivi coincidano con gli interessi del paese. Salvo che per la campagna vaccinale, che, però, tra un po’, sarà minimizzata agli occhi dell’opinione pubblica. Dagli avversari, che non mancano. Dagli stessi osservatori, che non vedono l’ora di coglierlo in fallo.

Non per le volgarità in cui ogni tanto scivolano i politici. Non è quello il rischio di Draghi. Quanto per l’opacità degli obiettivi e l’inadeguatezza dei mezzi. Che è misura funzionale, fatta di risorse e di obiettivi.

Il timone gli è stato consegnato nel momento più buio degli ultimi decenni di storia repubblicana. Con il paese straziato e la politica raffazzonata. Come peggio non potrebbe essere. Ci sono, però, in Italia, persone di valore, disponibili e motivate, mai impiegate. Se non emarginate dai cialtroni, a causa della diversità di stampo etico e intellettuale.

Luigi Caligaris, indimenticato generale e politico liberale, diceva che non servono mille uomini di ferro. Ne bastano cento. Draghi finora non li ha trovati tutti ed esita a definire o a comunicare gli obiettivi di medio e lungo termine. E già gli viene imputato il disegno del Politburo. Da destra e da sinistra.  

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