Lettera aperta al Ministro Calenda sul caso TIM


Gentile Ministro Calenda,

mi permetto di intrattenere brevemente la sua attenzione su profili di interesse generale e pubblico del caso TIM, meritevoli della valutazione del suo Ufficio, nella prospettiva del previsto investimento della Cassa Depositi e Prestiti – Cdp nel capitale della società, riferendomi allo stato di crisi latente, in cui versa la gestione per eccesso di debito, al conflitto, a fini di governance, tra Vivendi ed Elliott, al ritardo di realizzazione della rete, con implicazioni di danno a carico del sistema economico nazionale, alle perdite subite dagli azionisti di minoranza, in occasione della nota fusione del 1999, in favore degli azionisti di controllo, a causa del debito assunto per l’acquisizione della maggioranza, di seguito trasferito nei conti sociali mediante l’operazione straordinaria, ed ai suoi recenti rilievi sulla inadeguatezza delle misure di prevenzione, a tutela dell’ordine pubblico, finora consentite dall’esercizio del Golden Power.

I profili di interesse generale e pubblico riguardano le cause della crisi, che tuttora si riflettono sulla gestione e sulle prospettive della società e della rete (asset fondamentale dell’economia nazionale) e richiedono l’accertamento di eventuali responsabilità, tuttora suscettibili di censura, malgrado il tempo trascorso, a fini di revisione e integrazione della struttura economica e finanziaria della società.

L’operazione straordinaria del 1999 venne propiziata dal Governo D’Alema, allora in carica, in nome di una non meglio specificata “neutralità”, che impegnò, tuttavia, la partecipazione del Tesoro (e, se non vado errato, della Banca d’Italia) all’astensione, nel momento cruciale delle delibere inerenti alle modalità di acquisizione del controllo da parte di un gruppo di imprenditori raccolti in una società di diritto lussemburghese. Tali modalità avrebbero comportato – e, come si sa, hanno comportato – il trasferimento del debito sulla società acquisita, la TELECOM, e il risultato economico eccezionale degli imprenditori, in danno, tuttavia, della struttura finanziaria, del merito di credito e della capacità di investimento della società negli anni successivi, compromettendo la gestione e le prospettive, malgrado gli avvicendamenti nel controllo, fino ai nostri giorni.

E’ noto che l’ordine del Presidente del Consiglio non venne eseguito acriticamente da tutti i protagonisti della vicenda, nel cui ambito il Direttore Generale del Tesoro in carica, Mario Draghi, pretese e ottenne il foglio circostanziato delle istruzioni. Si può ritenere che la pretesa di Draghi non sia stata un personalismo privo di fondamento giuridico – economico, inconsistente nella valutazione della prospettiva dell’interesse nazionale implicato dalla materia, destinato soltanto a significare una indipendenza intellettuale fine a sé stessa. Al contrario, si può ritenere che la pretesa sia stata sostenuta da fogli di servizio molto ben argomentati e documentati, offerti da Draghi alla Presidenza del Consiglio e da questa ignorati. Così come si può ritenere che l’adeguamento della Banca d’Italia, in ottemperanza dell’ordine presidenziale, non sia stato scevro di prudente acquisizione di pareri esperti sulla materia, costituita da una particolare attività economica, consistente nella capacità di processo e di trasmissione di dati sensibili, in favore di utenze pubbliche e private, in un contesto tecnologico evolutivo, del quale, già allora, non sfuggivano le esigenze di protezione e di investimento e i riflessi di utilità (o disutilità) industriale.

Le modalità della acquisizione e dell’operazione straordinaria di fusione hanno comportato severi danni alla società, agli azionisti irresponsabili delle scelte, alle prospettive dell’economia e alla comunità nazionale, sfuggendo al vaglio di legittimità imposto dalle leggi civili, che disciplinano la materia dei contratti, subordinandone la validità al rispetto dell’ordine pubblico economico, in cui si riassume la causa del negozio giuridico, e dai precetti costituzionali, che impongono l’utilità sociale dell’attività di impresa, la tutela del risparmio e l’effettività della tutela giudiziaria.

Il deficit di validità dei contratti si riflette nelle responsabilità ascrivibili ai soggetti che l’hanno provocato con comportamenti commissivi e omissivi, che non escludono gli istituti di credito, a mente di una consolidata giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione, e le prestazioni professionali, a vario titolo rese nel corso delle operazioni, da parte di organizzazioni che, ancora oggi, affollano il parterre degli esperti officiati dalla società e dai soci, in conflitto tra loro. Di recente, Ferruccio De Bortoli ha calcolato che la società ha pagato, nel corso di questi anni, oltre 5 miliardi di competenze professionali e Giorgio Meletti ha calcolato che gli interessi riconosciuti agli istituti di credito hanno superato i 30 miliardi. E’ arduo calcolare il danno subito dall’economia della comunità nazionale negli stessi anni, per le perdite di chance implicate dal ritardo della rete, e dagli azionisti di minoranza.

Non risulta, tuttavia, che siano mai state avviate iniziative di accertamento di tali responsabilità, a cura dei soci di controllo o di altri soggetti, pubblici o privati, investiti, per le funzioni, dell’impegno di vigilanza, a fini di censura o di sanzione risarcitoria. L’inutile decorrenza del tempo, comunque, potrebbe non avere influenzato, in dipendenza di fattori meritevoli di esame, la tempestività di doglianze proposte nelle sedi competenti, a cura delle Istituzioni di settore e della Cdp o di soggetti privati, a scopo di controllo e di tutela della società e delle prospettive di investimento nella rete.

Confido che i temi trattati, pur con il necessario obbligo di sintesi, siano di interesse del suo Ufficio e la prego di gradire i migliori saluti miei e della redazione del NuovoMille.it.

 

*Avvocato in Roma

 

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