La democratura di Renzi, secondo Scalfari


Dopo l’allarme di Berlusconi sulla svolta autoritaria di Renzi e l’avvertenza della presidenta Boldrini (“un uomo solo al comando”), a cui ancora non è seguita la sollecitazione al rimedio (“ci vuole anche una donna al comando”), ma poco ci manca, i soloni della stampa, da Scalfari a Ostellino passando per Pansa, si sono scatenati.

Scalfari, pratico di fascismo, democrazia cristiana, comunismo e socialismo, ha coniato il termine “democratura” per significare una democrazia che volge alla dittatura. Lui, sì, che è aperto al dialogo, al dibattito, alle soluzioni condivise!

Di una cosa soprattutto bisogna dare atto a Scalfari, che è aperto alla evoluzione del pensiero. Ma dipende dalle circostanze. Renzi, giustamente, se ne frega delle cariatidi di un pensiero oligarchico, ripiegato su sé stesso e interessato e parla al popolo e di popolo. La democrazia è fatta di regole partecipative, ma la gente deve decidere prima di tutto di partecipare, nei modi previsti, e non solo per il proprio personale tornaconto a discapito di tutti gli altri.

Quanta gente c’è in Italia che amministra decentemente una fettina di potere, che sia mediatico, pubblico o politico? Allora, può anche essere che Renzi soffra di autoesaltazione, che è una distorsione del potere poco o niente contenuto, ma il contenimento è compito di concorrenti credibili, all’interno e all’esterno del partito. A qualcuno sembrano credibili D’Alema, Cuperlo o Vendola?

Lasciamo perdere Bersani, di cui ancora si ricordano le lenzuolate di liberalismo. O i vari fratelli d’Italia da Larussa ad Alemanno? Quando i cittadini si faranno sentire con pretese conformi alla legge che Renzi, o chi per lui, non disporrà, quindi venendo meno alla legge ed ai principi di democrazia e di stato del diritto, allora si potrà parlare di democratura. Con buona pace, al momento, di Scalfari e dell’Espresso.

 

 

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