Il Piave mormorò


Nei giorni scorsi Salvini e Meloni hanno ricordato che il 24 maggio è data di storia patria, un tempo celebrata come festa nazionale. Molti giovani e meno giovani, in realtà, poco ne sanno.

Si tratta della data di ingresso dell’Italia nella prima guerra mondiale, che è considerata da molti storici l’ultima guerra di indipendenza italiana, iniziata con grandi aspettative, che non si sono realizzate.

Il governo in carica alla fine del conflitto, malgrado le credenziali di potenza vincitrice, non si dimostrò particolarmente illuminato nelle trattative di pace e concorse, per l’incapacità del ceto dirigente militare e civile, a gettare le basi dei disordini sociali a cui è seguito il fascismo.

Gli arditi, gli incursori dell’epoca, che avevano dato prova di un coraggio fuori dall’ordinario, contribuendo alla vittoria, furono licenziati dall’esercito e privati di mezzi di sostentamento, in una società ingrata, disorientata e disorganizzata. Perfino maltrattati, diventarono una mina vagante e, abituati come erano a menare le mani, seguirono D’Annunzio a Fiume e integrarono le file degli squadristi in camicia nera.

La vittoria fu prontamente archiviata con il ricordo dei 600 mila morti, moltissimi dei quali si devono ascrivere alla grettezza umana e intellettuale degli alti comandi militari, sostituiti provvidenzialmente, dopo Caporetto, con il poco conosciuto Armando Diaz, in seguito fregiato con i galloni di generale della vittoria.

Con lui, vinsero i ragazzi del 99, gli arditi, tantissimi eroici militari di leva e la popolazione civile veneta, che motivò le truppe, temendo l’invasione e i saccheggi dell’esercito nemico.

Come ricorda la canzone di Giovanni Gaeta dedicata al Piave: In quell’autunno nero il Piave mormorò: ritorna lo straniero! E ritornò il nemico: per l’orgoglio e per la fame volea sfogar tutte le sue brame … Ma le truppe combattenti fecero argine e completarono vittoriosamente il 4 novembre 2018 le operazioni di guerra. Dopo di che l’Italia perse la pace. 

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