Ex Pci, fuori il patrimonio


In occasione della vicenda assai infelice dell’ufficiale di Marina in intelligenza con l’attaché russo, qualche giornale ha timidamente ricordato che, dal dopoguerra agli anni 90, l’interscambio italo-russo/sovietico ha scontato una tassa, fissa o variabile, in favore del Partito Comunista Italiano-Pci. Non si è trattato di pochi soldi.

Non ci sono registri noti, ma qualcuno ha calcolato che i proventi della prebenda hanno consentito al fortunato Pci di mettere insieme un patrimonio notevole, analogo per valore a quello del Vaticano. A dimostrazione delle due chiese.

I tesorieri di turno dichiaravano che si trattava delle sedi di partito, dei luoghi in cui gli iscritti si riunivano per fare politica e tessere: sostanzialmente scantinati, noti a chiunque negli anni 60, 70 e 80 del secolo scorso abbia fatto politica attiva.

Dalla stima virtuale di questo patrimonio, non impossibile al controllo di massima, in base all’interscambio e alla proporzione applicata, ne esce una realtà molto diversa. Messa a frutto. A favore di chi, oggi, si ignora.

Non sono noti gli ex iscritti meno abbienti del partito che abbiano avuto il diritto di abitazione nelle case acquistate anche con il loro sacrificio economico. Perché il partito raccoglieva soldi dall’Unione Sovietica, ma non disdegnava il contributo di operai e impiegati che compravano l’Unità e pagavano la quota annuale, rinunciando a qualche pizza o a qualche vestito.

La raccolta era molto ben organizzata. Il partito si è sempre avvalso di avvocati e commercialisti capaci e consapevoli che si muovevano, sostanzialmente immuni, nell’ambito del patto scellerato di arricchimento con la Democrazia Cristiana -Dc.

Il “simbolo” della Dc, infatti, è stato ed è tuttora disputato tra gli eredi dei maggiorenti, che, con la scusa della devozione per il partito, si vogliono portare a casa pezzi di patrimonio. Molti intestati a “persone di fiducia” che, alla prova dei fatti, tanto di fiducia non si sono dimostrate. Si dice che qualcuno ne abbia anche subito le conseguenze.

Torniamo al patrimonio secolare del Pci. E chiediamoci se, con quel patrimonio, la cui origine non sembra esattamente lecita, non avrebbero diritto di riprendersi i più colpiti dalla disfatta dell’emergenza, figli e nipoti di quegli iscritti che hanno creduto e sono stati abbindolati. La parte meno nota della struttura dell’ex partito, tuttora influente, avrebbe così l’occasione di fare veramente qualcosa per il popolo.    

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