Quando il Corriere della Sera la chiamava finanza predatrice


Correva l’anno 2009. Direttore del Corriere della Sera era da poco (ri)diventato Ferruccio De Bortoli. Dario Di Vico (al quale abbiamo chiesto di concederci un’intervista) aveva cominciato una inchiesta sulla “finanza predatrice” (citiamo dal suo articolo del 20 dicembre 2009, titolo “Sotto i ferri del Private Equity più macerie che vero sviluppo”, sottotitolo “In dieci anni scalate mille imprese ma è stata finanza predatrice”). Inchiesta che, però, non deve essere durata a lungo, perché non ci risultano altri articoli di Di Vico sulla materia, che pure avrà richiesto un notevole impegno di ricerca. Perché noi vogliamo riprendere l’interessante inchiesta abbandonata dai colleghi del Corriere della Sera.

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Sarà importante sapere cosa è successo negli 8 anni successivi alle 1000 imprese, predate prima del 2009, e alle altre (centinaia o migliaia?) predate in seguito con metodi analoghi. Per capire quanto la finanza predatrice denunciata da Di Vico ha influenzato il Pil e la produttività di sistema, quanto ha reso ai predatori, quanta ricchezza è stata sottratta agli investimenti, quante famiglie sono state ridotte sul lastrico e quante condanne civili per risarcimento dei danni e penali per bancarotta e corruzione ed altri eventuali reati connessi sono state comminate nei 18 anni (10 prima dell’inchiesta, 8 dopo) interessati dall’attività predatoria, ritenuta dai risparmiatori predati facile e impunita, al punto che, nel linguaggio di tutti i giorni, è invalsa l’espressione “rapina legalizzata”. Che, per la verità, per quanto ci risulta, è stata citata anche in un impegnativo giudizio risarcitorio per richiamare l’attenzione del Tribunale sul fenomeno, diffuso, quanto inquietante e impunito. Che ha prodotto diseguaglianze sociali, che non erano nei destini delle persone, ma nella progettualità illecita di demiurghi impegnati a fin di Bene (personale) e a fin di Male (sociale).

Noi sosteniamo, non da oggi, che tante diseguaglianze sono dovute ad illegalità. Che non vengono perseguite. La corruzione, in base a quello che si vede, pervade il sistema. Il fenomeno, denunciato da Di Vico e scomparso troppo rapidamente dalle pagine del Corriere della Sera, è diffuso e trasversale e alligna nell’inerzia o nelle complicità di rappresentanti infedeli del Ceto Dirigente Pubblico. La Magistratura non può essere chiamata a prevenire o reprimere il fenomeno. Non è nella sua funzione. Il suo compito è la sanzione del caso singolo. Ma il caso singolo deve essere denunciato, istruito e dibattuto. Anni di processi e risorse imponenti, che non ci sono.

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Sappiamo tutti che l’attività giurisdizionale si svolge tra tante difficoltà. La Cassazione non manca di svolgere egregiamente il suo compito. Che consiste nella decisione di processi singoli e nella enunciazione di principi di diritto, molti dei quali inerenti alla materia trattata. Dalla corresponsabilità delle banche nella concessione del credito alla decorrenza della prescrizione (civile), non dal fatto, ma da quando la vittima della preda finanziaria abbia l’effettiva possibilità di esercitare il proprio diritto. Che molto dipende dalla stampa.

Recenti sentenze lo enunciano chiaramente. Ma i principi di diritto della Cassazione spesso tardano ad essere applicati nelle migliaia e migliaia di processi affidati ai quasi 150 Tribunali italiani. Mentre è necessario un impegno urgente. Della Politica e di un Ufficio pubblico che abbia capacità e volontà. Che, per noi, non può essere che l’Anac, l’Autorità anti Corruzione. Perché Cantone e il suo Ufficio sono competenti e specializzati e hanno dato dimostrazione di essere più motivati ed efficienti delle altre Autorità di settore. E anche perché Cantone riscuote la fiducia delle massime Autorità dello Stato, che possono imprimere un nuovo passo al contrasto della corruzione, oltre il controllo degli appalti e delle nomine pubbliche.

Importanti quest’ultime, emblematiche, ma non decisive sul Pil, diversamente dalla finanza predatrice (illegale, non speculativa, come più volte abbiamo detto), che, secondo Di Vico, nel 2009 aveva già prodotto 40 miliardi di danni (molti di più secondo i nostri calcoli empirici), sottratti agli investimenti e alla ricchezza pubblica. E’ una emergenza vera, che in Italia non è stata affrontata prima e si avvale di attriti, inerzie, disattenzioni interessate e complicità vere e proprie. E’ una emergenza, ma anche una riaffermazione della legge sulla barbarie.

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