Taiwan sull’agenda di Draghi


E’ presto per dire che venti di guerra stanno per investire lo stretto di Formosa (o stretto di Taiwan), ma è certo che la situazione rischia di diventare incandescente dopo la sequenza delle dichiarazioni dei presidenti di Cina e Taiwan e del ministro degli esteri russo, a favore della sovranità cinese su Taiwan. O della ventilata annessione di Taiwan alla Cina, a seconda dei punti di vista.

Niente di nuovo, per quanto concerne i rapporti tra Cina e Taiwan. Del tutto nuova e inattesa, invece, almeno in questi termini, la dichiarazione di Lavrov, ministro russo, intervenuto a gamba tesa sugli equilibri del Pacifico, in violazione del principio di non ingerenza, visto che Taiwan è una specie di protettorato americano. Sono cambiate evidentemente la prospettiva e la visione geopolitica a Mosca.

La dichiarazione di Lavrov, in realtà, è stata preceduta da segnali, sfuggiti alla valutazione degli osservatori occidentali, come se la questione di Taiwan non riguardasse né gli Stati Uniti, né l’Europa. Errore madornale, perché la posta in gioco, sia per la Russia, che per la Cina, è, prima di tutto, l’Europa, e, in seguito, per quanto possa sembrare incredibile, la sfera degli interessi americani nel mondo. Che si riflettono sugli equilibri geopolitici.

Quindi, in effetti, questa presa di posizione russa prende atto dell’irrilevanza in cui l’Europa è ridotta e della ritirata degli Stati Uniti dal Mediterraneo e dall’Asia centrale e, quindi, sia della debolezza, vera o presunta, dimostrata negli ultimi anni dalle amministrazioni americane, sia dell’ignavia europea, più che decennale. Mentre in Italia si dibatte di tamponi e green pass.

Abbiamo ancora fiducia che Draghi, investito di responsabilità storiche, spieghi agli italiani cosa sta accadendo e si avvalga di tutto il suo carisma per invertire la tendenza almeno in Europa.     

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