Contesa giudiziaria tra D’Alema e i socialisti europei


D’Alema è in rotta con i socialisti europei. Per una banale questione di soldi. Negli anni della sua pluriennale rappresentanza, più volte sbandierata da D’Alema in Italia a dimostrazione della continuità della sua attività politica, il compenso sarebbe stato consistente (10.000 euro/mese), ma dovuto, secondo l’illustre percipiente, a ragione della qualità della sua opera.

Eccessivo, invece, per i compagni socialisti. Che evidentemente hanno una idea dell’attività politica ancorata agli ideali e ai sacrifici personali. Che D’Alema non condivide più, da tempo.

Almeno da quando si è insediato a Palazzo Chigi, fine anni 90. Gli anni dell’unica merchant bank che non parla inglese, secondo la malignità di Guido Rossi.

Qualche giornalista impertinente ha chiesto a D’Alema cosa abbia fatto di così importante per i compagni socialisti e se voglia mettere le evidenze della sua attività a disposizione del pubblico. Ma D’Alema, niente, si è dimostrato riottoso come al solito a mettersi in discussione. Pubblicamente, poi! Che cafonata! A lui!

E, quindi, la causa andrà avanti, se un benevolo e munifico soccorritore non interporrà i suoi servigi per risparmiare a D’Alema la mortificazione del tribunale, in cui le ragioni delle parti si confrontano e sono sottoposte al vaglio della prova e alla decisione del giudice.

Non ci permettiamo di dare consigli, che nessuno tra l’altro ci ha chiesto. Però, se le cose si metteranno male, nonostante tutto, a causa dell’ingratitudine dei compagni socialisti dimentichi di cotanto suo valore, D’Alema, prendendo esempio dal compagno Krusciov, che all’Onu non si peritò di sbattere sul podio una scarpa piuttosto scalcagnata (da vero proletario), potrà sempre mettere sul banco, a scopo risarcitorio e non intimidatorio, le sue famose e invidiate scarpe milionarie (in lire). Al cui valore intrinseco, si dovrà aggiungere il valore dell’appartenenza. Come Michael Jordan insegna.  

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