Il Piano nazionale, affidato alla permanenza di Draghi


Fin troppo ambizioso. O velleitario. Questo è il dilemma. Di sicuro non si poteva fare meglio, in due mesi.

Con la maggioranza raffazzonata e in ebollizione. Che include la destra di lotta e di governo, i grillini debitori morosi di Casaleggio, ora abbandonati dall’elevato, la sinistra agonizzante, schiacciata tra l’incudine delle periferie e il martello della finanza internazionale, referente inquietante di vari segretari “democratici”, sempre più subdola e pretenziosa.

Meno male che una parte del piano era già stata scritta da Colao, ora al governo con altri due esperti, Cingolani e Giovannini, componenti del famoso gruppo pensante che sembrava uscito dalla penna di Conte. E invece faceva parte di una trattativa, andata male.

A Tremonti il piano non piace, perché c’è troppo debito. Anche se l’effetto leva, trasferito nel comparto pubblico, potrebbe produrre crescita. Pochi, in effetti, si pronunciano nel merito del piano, e comunque lo fanno con esitazione.

Perché la riuscita del piano dipende soprattutto dall’esecuzione, che lungo il percorso dovrà essere adattata alle circostanze. Al ritardo dei trasferimenti. Alla crisi interna, che ancora non è stata misurata. All’aggressione esterna, finanziaria e criminale.

Draghi si è preso una bella gatta da pelare. Il punto è, se la vorrà effettivamente pelare. La vita da pensionato di lusso gli stava stretta. Non sarebbe stato bene che fosse tornato in banca d’affari, dopo il governo della Banca d’Italia e della Bce. Porte girevoli, sì, ma fino ad un certo punto.

Noi siamo meno scettici di Tremonti sulla prognosi, ma non siamo entusiasti. Abbiamo scritto più volte che è mancata l’analisi, per ragioni del tutto comprensibili. I santuari non possono essere sacrificati. Quindi, non ci sono molti margini.

Se Draghi lasciasse, sia pure per ascendere al Quirinale o al Consiglio Europeo, sarebbe un pessimo segnale per il paese. C’è da augurarsi che regga. 

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