Il caso delle aziende di nessuno: così l’Italia non fa i propri interessi


La Farnesina è intervenuta in un procedimento di esecuzione promosso dinanzi al Tribunale di Roma da cittadini stranieri nei confronti di uno Stato estero, per ricordare che “nei rapporti internazionali vige la regola che impone allo Stato ospitante di esentare gli Stati esteri dalla giurisdizione dei propri tribunali”.Il tribunale ha sospeso l’esecuzione sull’assunto che un vizio formale inibisse la prosecuzione del procedimento e la delicata questione è rimasta irrisolta sotto il profilo giudiziario. Ritenendo che la Farnesina non abbia esaurito nella comunicazione il tema che presenta aspetti di interesse pubblico e privato, ho richiesto precisazioni nella triplice veste di cittadino italiano, di segretario del M.i.l.l.e., di avvocato con competenze internazionali.

La questione merita di essere affrontata ed esaurita senza indugio, a prescindere dalla circostanza che ha provocato l’intervento della Farnesina, essendo direttamente inerente a rilevanti questioni di diritto e di commercio internazionale. La Farnesina nel suo intervento a gamba tesa in favore dello Stato estero ha tenuto conto dell’interesse politico della vicenda che, in quel momento e in quel caso, avrebbe potuto provocare a carico della comunità nazionale gravi ritorsioni politiche ed economiche, ma non ha valutato l’impatto assolutamente deleterio della sollecitazione sugli scambi internazionali. Non di rado, infatti, gli Stati assumono il ruolo di protagonista e quindi di parte negli scambi che riguardano le infrastrutture, le iniziative di formazione, l’acquisizione di tecnologie militari e, non di rado, le prestazioni corrispettive non si esauriscono nel momento dello scambio. Può avvenire, e di solito avviene, che la controparte negoziale dello Stato acquirente sia un’azienda privata di un Paese ad economia avanzata e che la prestazione sia resa da tale azienda prima che il pagamento venga esaurito. Con la conseguenza che lo Stato acquisisce il bene e la prestazione e l’azienda rimane creditrice, non sempre soddisfatta.

L’ipotesi non è peregrina ed è purtroppo ricorrente, come risulta ai professionisti e alle organizzazioni che operano sulla scena internazionale. Senza fare nomi per garbo diplomatico, sono professionalmente impegnato in una causa incardinata dinanzi allo stesso Tribunale di Roma, prossima alla decisione, le cui parti sono costituite da una bella azienda di progettazione italiana e da un importante Stato europeo, che, avendo acquisito e regolarmente approvato il progetto, fornito dalla azienda italiana, di una significativa infrastruttura territoriale, determinante ai fini dello sviluppo di una parte del Paese, sta trascurando di far fronte all’impegno assunto malgrado le evidenze documentali. La vertenza, per la verità, ha provocato anche l’intervento diplomatico della Farnesina presso il ministero competente dello Stato debitore. Finora senza successo. Se le relazioni diplomatiche non funzionano, se la vertenza giudiziaria è un’arma spuntata perché, anche in caso di riconoscimento del diritto di credito, non si possono sottovalutare le difficoltà dell’esecuzione della sentenza, l’intervento della Farnesina, che tende a inibire perfino la giurisdizione dello Stato ospitante e quindi del tribunale italiano, elimina alla base qualsiasi possibilità di soddisfazione delle legittime pretese creditizie dell’azienda italiana che ha reso la prestazione in favore dello Stato estero.

Come dire “Cara azienda italiana, sei stata così stupida a credere nella globalizzazione, nel commercio internazionale, nella relazione tra Stati, nel diritto e nella funzione dei tribunali, che la mancata soddisfazione delle tue legittime attese è il minimo che ti poteva capitare. Adesso per sanzionare la tua stupidità io Stato, dimentico delle tante sollecitazioni che ho rivolto alle aziende italiane perché competano all’estero facendo tesoro delle proprie capacità, intervengo con tutta la mia autorità anche sulla giustizia, in cui tu coltivi ancora insensate attese, perché sia chiaro che dei tuoi problemi in Italia le istituzioni dello Stato non intendono occuparsi. Vai a fare causa allo Stato estero a casa sua dinanzi al suo tribunale”.

Seppure l’azienda desse prova di ulteriore stupidità e si risolvesse a seguire il suggerimento della Farnesina, quale si potrebbe ragionevolmente prefigurare l’esito di giudizio siffatto, posto che venisse addirittura accettata la presentazione della causa dal tribunale locale? Se le cose stanno così, ma confido ancora che la materia possa essere chiarita in favore delle aziende italiane, coraggiose e non stupide, che affrontano temperie e intemperie del commercio internazionale, bisogna riconoscere che l’autorità dello Stato italiano nell’ambito della comunità internazionale è modesta malgrado il sacrificio degli uomini che nel mondo portano soccorso alle comunità più disagiate, rischiando e talvolta lasciando la vita nel compimento della missione loro assegnata. All’uomo qualunque è evidente il collegamento tra partecipazione alle missioni internazionali e autorità dello Stato da far valere nel consesso internazionale, che può comportare, all’occorrenza, la applicazione di sanzioni nei confronti degli Stati inadempienti. E’ questo un tema importante e delicato che interessa aziende e organismi di rappresentanza, enti di promozione, professionisti e società di consulenza, esponenti politici e cittadini qualunque che con coraggio e consapevolezza, intendono svolgere un ruolo nel mondo che cambia. La politica abbia lo stesso coraggio e la stessa consapevolezza.

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