L’autocritica di Lodovico Festa


La lettura di saggi e romanzi sugli avvenimenti degli anni di piombo e di tangentopoli, risalenti a 30, 40 e più anni fa, aiuta a capire, o meglio a tentare di decifrare, quello che accade oggi in Italia.

I libri di Lodovico Festa, in particolare la trilogia che si conclude con Addio Milano Bella, offrono un’eccellente chiave di lettura del Partito Comunista Italiano – Pci, poi Pds, in seguito alla svolta della Bolognina sotto la regia di Occhetto.

Bisogna premettere che Festa ha scritto in questi ultimi anni la trilogia sugli interna corporis del Pci, non allora, negli anni 70, 80 e 90, da militante. Anche se la narrazione si avvale degli occhiali del protagonista, probo viro del partito, occasionale investigatore sui crimini da dipanare che coinvolgono gli iscritti. Con cautela. Nel rispetto dei diktat di Botteghe Oscure.

La descrizione del partito, delle persone, dei ruoli, è veramente unica, riconoscibile da chi ha vissuto quegli anni e quegli eventi, forse più che dai millennials, e prevale sul plot narrativo.

Crediamo che l’autore ne sia perfettamente consapevole e che quello fosse il suo scopo. Che assolve anche ad una evidente funzione catartica dell’impegno letterario, che si ricava dai dubbi del protagonista, aiutato dalla moglie in veste critica, talora psicanalitica.

Allora, in quegli anni, la trilogia non avrebbe avuto fortuna, anzi sarebbe stata messa all’indice dal Pci, seppure Festa l’avesse mai concepita. Non avrebbe più lavorato. Diciamola tutta. Il partito che, più di tutti, temeva e contrastava la critica e il frazionismo, depositario della “cultura”, e anche del malaffare della cultura, non avrebbe consentito la pubblicazione.

Perché gli editori non si sarebbero permessi e non ci sarebbero stati autori votati al sacrificio della carriera. Meglio il conformismo che l’indigenza. I pochi anticonformisti del mainstream sono rimasti al palo. Nella cultura e non solo.

Detto questo, ben vengano i libri di Festa, che meriterebbero un pubblico più vasto di quello che, ancora oggi, “si permette” una lettura interessante, lievemente dissacrante e indiscutibilmente critica e autocritica.     

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