Il pensiero unico della cancel culture


Negli Stati Uniti, in piena pandemia, è stato aperto il dibattito sulla libertà di opinione e di parola. Con la lettera on Justice and Open Debate scritta da numerosi rappresentanti della cultura, conservatori e progressisti, ad Harper’s Magazine, di cui in Italia è pervenuta soltanto una pallida eco.

Prontamente riassorbita dalla nullità del dibattito imposto dal conformismo che governa stampa e talk show, frequentati sempre dalla stessa compagnia di giro di ospiti, per lo più autoreferenziali. Li abbiamo contati.

Tra le varie reti, pubbliche e private, non più di 50 persone stabili e qualche comparsa per fare colore, con il linguaggio, l’abbigliamento o la provenienza. Che dimostrano una ben poco encomiabile povertà di pensiero e di spirito, che non depone a favore della tradizione, né del progressismo.

Le tradizioni e i simboli, in particolare della cristianità, diventano oggetto di derisione, perfino “opera d’arte”. Il progressismo è vanificato dall’appiattimento verso il basso. Si chiama cancel cultureChe, non a caso, riguarda oriente e occidente, democrazie e dittature, più o meno dichiarate.

I firmatari della lettera ad Harper’s Magazine scrivono che lo scambio delle informazioni e delle idee è sempre più miserevole, che la censura si afferma sempre di più. In danno della pubblicazione di libri e della divulgazione di temi proibiti a scrittori e giornalisti. I professori meno conformisti vengono inquisiti e i manager licenziati. Rinnovando i fasti nazisti del rogo dei libri.

Di pari passo con la repressione della cultura, si afferma una società sempre più intollerante, provocata dalla repressione del pensiero. Di cui gli intellettuali in carica, foraggiati dal sistema, non hanno interesse a parlare.

Ricordate gli intellettuali chic che nei paesi occidentali sostenevano le ragioni del comunismo e Lenin chiamava utili idioti? Oggi, le nuove generazioni di intellettuali chic sostengono altre forme di repressione del pensiero e della società democratica, a favore della propria agiatezza e del solipsismo indotto da stampa e tv. Senza libertà di pensiero non c’è democrazia. Né ricostruzione economica che tenga.

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