NIGERIA. SHELL A PROCESSO IN OLANDA PER LA REPRESSIONE NEL DELTA

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(DIRE) Roma, 12 feb. – Si tiene oggi presso il tribunale distrettuale dell’Aja la prima udienza di un processo nei confronti di Shell, la compagnia petrolifera accusata di aver istigato una serie di violazioni dei diritti umani commesse negli anni Novanta dal governo militare nigeriano contro la popolazione ogoni, nella regione del Delta del Niger.

Nel 2017 Esther Kiobel, Victoria Bera, Blessing Eawo e Charity Levula – ricostruisce oggi in una nota l’ong Amnesty International – hanno portato in giudizio Shell di fronte al tribunale olandese per il ruolo svolto nell’arresto illegale, nell’imprigionamento e nell’impiccagione dei loro rispettivi mariti, al termine della brutale repressione nei confronti delle proteste degli ogoni contro il devastante inquinamento causato da Shell nella loro regione. “Per tutti questi anni, Shell ha cercato di impedire che questo caso non arrivasse in tribunale. Ha impiegato le sue risorse per combattermi anziche’ per dare giustizia a mio marito”, ha dichiarato Kiobel.

Amnesty International, che sta sostenendo le ricorrenti e il loro team di avvocati, ha documentato in modo indipendente il ruolo di Shell nelle uccisioni, negli stupri e nelle torture di cui si rese responsabile il governo nigeriano durante la repressione delle proteste. Barinem Kiobel, Baribor Bera, Nordu Eawo e Paul Levula vennero impiccati nel 1995 al termine di un processo sommario. Le loro vedove chiedono ora un risarcimento e scuse pubbliche da parte di Shell.

Altri cinque attivisti ogoni, tra cui il loro leader Ken Saro-Wiwa, furono a loro volta impiccati in quella che e’ passata alla storia come la “vicenda dei nove ogoni“. “Per la prima volta, in una battaglia per la giustizia che va avanti da oltre 20 anni, Esther Kiobel e le altre ricorrenti hanno la possibilita’ di raccontare le loro storie di fronte a un tribunale. Queste donne credono che i loro mariti sarebbero oggi ancora vivi se Shell, per i suoi sfacciati interessi, non avesse incoraggiato la sanguinosa repressione delle proteste pur sapendo che avrebbe avuto costi umani”, ha affermato Mark Dummett, ricercatore su Imprese e diritti umani di Amnesty International.

“Nonostante numerose prove a suo carico, Shell e’ riuscita a evitare la giustizia per anni non rispondendo mai di fronte a un tribunale delle accuse nei suoi confronti. Oggi e’ una giornata storica di enorme importanza per tutti coloro che sono danneggiati dall’avidita’ e dalle azioni sconsiderate delle multinazionali”, ha aggiunto Dummett. Portare a processo una potente multinazionale per i danni causati all’estero e’ un processo lungo e straziante.

Il primo tentativo di chiamare in causa Shell, in un tribunale di New York, da parte di Esther Kiobel risale al 2002 e si e’ chiuso nel 2013 quando la Corte suprema degli Usa ha concluso che gli Usa non avevano competenza giuridica per esaminare il caso: in altri termini, i tribunali statunitensi non esamineranno mai nel merito le denunce mosse contro Shell.

Le quattro ricorrenti accusano Shell di aver avuto un ruolo nell’arresto illegale e nella detenzione dei loro mariti, nella violazione della loro integrita’ fisica, del diritto a un processo equo e del diritto alla vita; e nel diritto delle une e degli altri alla vita familiare. Esse chiedono al tribunale di ordinare a Shell di consegnare oltre 100mila documenti interni di grande rilevanza per il caso. Gli avvocati di Shell hanno finora rifiutato di farlo, anche se la stessa documentazione era stata gia’ messa a disposizione in occasione della denuncia al tribunale di New York.

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