Nel 2017 sono stati uccisi 65 giornalisti: quando la libertà d’informazione diventa un privilegio.

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Sono stati 65 i giornalisti uccisi quest’anno in tutto il mondo a causa del loro mestiere (50 professionisti, 7 blogger e 8 assistenti collaboratori). Lo riporta Reporters sans frontieres (Rsf), l’ong francese, presente in tutti e cinque i continenti, che ha fatto della difesa alla libertà di stampa la sua ragione di vita. E quale miglior indicatore se non il numero di giornalisti che, per difenderla, hanno rischiato e perso la loro stessa vita. Tanto più che la maggior parte di essi (39) sono stati assassinati perché con le loro inchieste minacciavano interessi politici, economici e criminali, mentre la restante parte è stata uccisa durante conflitti a fuoco, attacchi terroristici o bombardamenti. Ma in ogni caso “con l’intento di farli tacere”.

Sebbene la cifra abbia registrato un calo rispetto al  2016 (79 uccisi), il numero delle donne è raddoppiato, da 5 a 10 nel 2017.  Tra queste la giornalista e blogger maltese Daphne Caruana Galizia, che tutti ricordiamo perché il suo assassinio è avvenuto recentemente e in una terra troppo vicina ai nostri confini. Non stupisce che il paese più pericoloso sia la Siria, che “vanta” dal 2012 il triste primato, e che viene definita “fabbrica di ostaggi stranieri”. Per non parlare della Cina, che resta la più grande prigione di giornalisti al mondo, lasciati morire nelle carceri in condizioni di salute che farebbero ammalare chiunque.

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Questi dati sono raccapriccianti perché ci raccontano di una crudeltà verso uomini e donne che sono stati uccisi per aver svolto correttamente il proprio lavoro. La violenza estrema è sempre riprovevole, ma a ben vedere questa situazione fotografa un fenomeno che non ci è del tutto estraneo: è evidente che, anche in casa nostra, il mestiere di giornalista non è più ben considerato, né particolarmente apprezzato, dalla collettività: i giornalisti sono quasi tutti “sciacalli” e manipolatori della verità. Non è nostra intenzione negare l’evidenza. Alcuni preferiscono cavalcare lo scoop piuttosto che trasmettere correttamente le notizie. E molte volte, anche recentemente, noi stessi abbiamo approfondito il tema. Ma in gioco c’è qualcosa di più di questo: c’è il diritto alla libertà di parola e di informazione. Diritto che, a guardare le foto di questi uomini e donne, sembra essere diventato sempre più un privilegio.

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