La quarantena, l’Europa, i confini e il contrabbando. Piccole cronache di un’Unione che non c’è


Paul Auster una volta ha affermato che la verità della storia è nei suoi dettagli. Quello che sta accadendo a Gorizia in queste settimane quindi, sebbene rappresenti un qualcosa di trascurabile in termini assoluti, può raccontarci molto del nostro tempo.

Con la quarantena le autorità slovene e italiane hanno chiuso i valichi confinari che separano il capoluogo italiano dalla dirimpettaia Nova Gorica. Dopo l’entrata in Europa nel 2004, la Slovenia ha aderito poi al trattato di Schengen del 2007. Da allora, per transitare da una parte all’altra del confine (che un tempo era una delle frontiere che separava la Nato dall’est Europa) non vi è alcun controllo. Fino, per l’appunto, all’emergenza Coronavirus. Eppure, grazie al digitale, molti goriziani comprano prodotti dai commercianti sloveni e se li fanno recapitare sul piazzale della Transalpina, divisa esattamente a metà tra le due città. Insomma, una sorta di contrabbando 2.0. La rapida crescita economica della piccola repubblica ex jugoslava e la sua fiscalità, ben più favorevole di quella italiana, attirano da sempre i nostri connazionali che vivono lungo il confine; del resto, nulla è stato fatto per un’armonizzazione erariale e burocratica che restituisse competitività ai tessuti economici friulani e giuliani. Le autorità locali italiane hanno alzato la voce, minacciando multe salate per i goriziani che, in queste settimane di confini sbarrati e quarantena, si faranno consegnare di soppiatto prodotti (i più venduti sembrano essere dolciumi e prodotti da forno) dagli esercenti sloveni.

L’Europa, per carità, è in tutt’altre faccende affaccendata, tra Bruxelles, Karlsruhe e Francoforte, dove – in un senso o nell’altro – a breve si scriverà la storia. Se però ha ragione Paul Auster, la verità su quest’Europa che non riesce a trovare il modo di stare insieme è già scritta. E quello che accade a Gorizia non ci fa sperare niente di buono.

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