Gara di atrocità

isi

I tagliagole dell’Isis sono balzati all’onore della cronaca (in ritardo rispetto all’inizio delle operazioni belliche) grazie ad una attenta, quanto atroce, capacità di comunicazione. Dicono di più immagini inquietanti in un video a colori di articoli, comunicati e convegni. Se non fosse stato per i video, l’Isis non sarebbe così drammaticamente noto nel mondo e popolare nel mondo islamico.

Un editorialista del Corriere della Sera ha spiegato ai lettori, con spreco di riferimenti storici, che nei paesi europei l’esecuzione capitale è sempre stata considerata un rito, un’occasione per segnalare lo smottamento di un’era. Il messaggio dell’Isis, invece, documenta la normalità, la quotidianità dell’orrore. La morte degli ostaggi è l’annuncio della morte che sarà esportata nei paesi cristiani e nei paesi islamici non allineati. L’attacco al parlamento canadese è una dimostrazione.

Una persona sola ha ottenuto un risultato clamoroso, ma, in esecuzione delle istruzioni diffuse ai militanti “dormienti” nel mondo occidentale, avrebbe potuto più semplicemente disimpegnarsi nell’attività omicida investendo con l’auto i cittadini di una qualsiasi cittadina di provincia, in Canada o altrove, intenti nelle attività di lavoro o nello shopping domenicale. La banalità del male formato terzo millennio. Hannah Arendt ha magistralmente raccontato il processo Eichmann. Periodicamente si parla di male assoluto. Ma c’è da chiedersi, per un esame di coscienza collettivo, se vi sia una grande differenza tra gli orrori dei campi di sterminio e dell’Isis e la morte della bambina di sei anni violata e buttata dal balcone con una sola scarpa perché l’altra è stata trattenuta dallo stupratore omicida come souvenir.

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