Trump-Merkel: è uno strappo tra due modelli di sviluppo


Il G7 di Taormina si è chiuso con le foto di rito, i complimenti alle Forze dell’Ordine italiane, qualche dichiarazione di principio (poche) e con lo strappo tra Trump e la Merkel, ampiamente segnalato dalla stampa. Non si tratta di un mancato feeling, di incomprensione personale tra i due, consapevoli che la Ragion di Stato prevale sul gradimento per la persona dell’interlocutore. E’ qualcosa di più profondo, di sistemico. Sono in discussione i modelli di sviluppo degli Stati Uniti, all’insegna dell’America first dichiarata da Trump, e dell’Unione Europea, dominata dal surplus tedesco, che richiede consolidamento ed espansione. Mentre Trump dichiara che le automobili tedesche, la prima industria in Germania per fatturato e contributo al gettito fiscale, hanno invaso il mercato americano e chiede uno sforzo produttivo all’industria domestica.

La posta in gioco per la Germania è alta, riguarda la continuità dello sviluppo, la leadership europea, il benessere dei cittadini tedeschi, che nei sondaggi privilegiano la socialità e nelle urne l’individualità. Ben più della reputazione politica della Merkel, che pure ci tiene. Il confronto indiretto è tra l’economia renana, fiorita nel dopoguerra in base al pensiero dell’ “economia sociale di mercato” e costruita nel corso dei decenni dai Cancellieri di ogni orientamento. La Germania è stata il paese che più ha contribuito nel mondo occidentale all’applicazione del pensiero filosofico nella quotidianità economica, introducendo il concetto fondamentale della cooperazione (tra le forze produttive) e della solidarietà. In Germania. Meno in Europa, dove, soprattutto nell’ultimo ventennio, si è affermato il principio maltusiano della contrazione di spesa pensionistica e sanitaria, pena la soggezione ai precetti imperativi della Troika (stile Grecia e, con minore impatto, Spagna).

Negli Stati Uniti si è, invece, consolidato, soprattutto da Reagan in poi, passando, con qualche variazione sul tema, anche per Clinton e Obama, il neoliberismo, che poggia sul finanziamento di Borsa e sulla cosiddetta democrazia finanziaria, ben diversa dalla democrazia economica, ad esempio, della Costituzione italiana. L’Italia non contribuisce al dibattito politico e subisce le richieste europee perché non replica. Né sul piano politico, né sul piano giuridico – economico. Tutta la contesa su “austerità” e “flessibilità” è incernierata sul ricorso al tipo di Debito per finanziare lo sviluppo e l’Italia, grazie agli antichi governi balneari, stabili nella mancanza di visione e di progettualità, e alla instabilità della seconda Repubblica, prende sonori schiaffoni a destra e manca. Le illegalità, le diseguaglianze e la perdita di ruolo sono la conseguenza.

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