Monte dei Paschi, un danno da risarcire

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Il controllo del Monte dei Paschi è tornato al Tesoro dopo circa 20 anni e 20 miliardi di perdita. In effetti, ben più consistente. Perché, oltre al danno diretto, c’è il danno indiretto, imponente, provocato all’economia dello Stato e del territorio circostante, che investe migliaia di famiglie e di imprese, private di assistenza, in concomitanza con la crisi più devastante degli ultimi 80 anni. A cui si aggiungono le altrettante migliaia di imprese insolventi, spesso per responsabilità personali, non perseguite, tutte da accertare.

Il danno della sciagurata acquisizione a perdere della Banca Antonveneta, che data, ormai, quasi a 10 anni, ma è emersa nella sua enormità progressivamente (e si può pensare che ancora molto debba emergere), quindi, non si limita alla iniezione di tanti miliardi di soldi pubblici, ma riguarda le prospettive di lavoro e di vita della gente, che si è affidata al Monte dei Paschi e si affida alle attività di vigilanza delle Istituzioni di settore, dotate di poteri adeguati alle funzioni. Un quadro a dir poco sconcertante! Tanto più che, finora, non risulta che siano state adottate iniziative giudiziarie idonee al ristoro o al contenimento del danno, la cui causa certa, in base alle informazioni note, divulgate, fin troppo gradualmente, dalla stampa, risiede nella acquisizione della Banca, che altro non è che un contratto a formazione progressiva, stipulato tra parti private, avente ad oggetto un’attività di impresa non corrispondente alle caratteristiche pagate.

Bisogna sperare che, in limine, l’attuale direzione del Monte dei Paschi, professionalmente attrezzata, e la task force del Ministero dell’Economia, focalizzata sul risanamento dell’Istituto, si rendano conto della necessità di un esame del contratto di acquisto, per contestare alla controparte (e agli eventuali soggetti corresponsabili), ai sensi di legge, i profili di invalidità verificati nel corso della gestione. Ci sono tutte le premesse. Ora ci vuole l’iniziativa urgente, urgentissima. Viste le circostanze ambientali, per evidenti motivi di opportunità e di compatibilità, non possono, secondo noi, essere incaricati dell’esame del contratto, e delle iniziative connesse, gli avvocati storici dell’Istituto e nemmeno quelli più impegnati nel settore della finanza e del credito o nei rapporti transnazionali. Serve un avvocato indipendente, esperto, competente nella materia dei contratti a formazione progressiva, che abbia dato prova di sé nell’assistenza dei piccoli azionisti, con dedizione e attenzione al profilo di interesse pubblico della materia economica.

Alla valutazione della materia deve, poi, corrispondere una adeguata e immediata attenzione della mano pubblica, non limitata alla task force ministeriale. Secondo noi, deve essere riscoperto il ruolo del Pubblico Ministero nell’azione civile, disciplinato dal codice di procedura civile. La legge prevede casi tassativi di intervento del Pubblico Ministero nei giudizi civili di merito (e sempre in Corte di Cassazione), ma richiede all’Ufficio di valutare l’opportunità dell’intervento nei casi in cui sia ravvisato un Pubblico Interesse. Se non è materia di Pubblico Interesse questa, in cui si discute una questione di primario rilievo economico, sconcertante per la sua origine e per le modalità con cui è stata gestita, non lo è nessuna altra. Ci auguriamo che questo articolo venga letto dalla direzione del Monte dei Paschi e dalla task force ministeriale e che vengano assunte iniziative adeguate alla effettiva tutela dell’Interesse Pubblico impegnato nella incresciosa vicenda. Ne beneficerà il piano industriale di prossima fattura, al cui progetto sarà chiamato a contribuire, così ci auguriamo, un Consiglio di Amministrazione capace e affidabile.

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