Lettera di un avvocato operaio


Riceviamo e volentieri pubblichiamo la lettera di un “avvocato qualunque”, così si dichiara, che guadagna meno di un operaio specializzato. Lo assicuriamo che è in buona compagnia per tutte le ragioni trattate nella lettera. Giriamo la lettera e l’appello contenuto al Consiglio dell’Ordine di Roma e ai Consiglieri. A loro la risposta.

 

“Caro Direttore del NuovoMille.it,

esercito a Roma la professione legale, nel settore civile – aziendale, da oltre 20 anni. Mi sono laureato con ottimi voti, nel termine curriculare, sono giovane, ma non troppo, convivo in studio con altri colleghi della mia generazione e non ho mai coltivato altre occasioni di lavoro, nel rispetto dell’ordinamento forense, per cui il mio unico reddito annuo proviene dall’attività professionale, prevalentemente giudiziale.

Negli ultimi anni, l’attività, mia e dei colleghi di studio e di tutti gli altri che frequentiamo, non pochi, in ambito privato e associativo, è completamente cambiata, e non in meglio. I rapporti di colleganza, già improntati al rispetto reciproco, umano e professionale, hanno raggiunto il minimo storico. I rapporti con i giudici, un tempo reciprocamente rispettosi e affabili, sono praticamente inesistenti, ma non per tutti gli avvocati. I clienti, persone e imprese, sono afflitti da problemi inediti, spesso laceranti e dovuti a malfunzionamenti di sistema, che richiedono un impegno professionale del tutto sproporzionato ai risultati utili.

Il divario tra l’ordinamento (ciò che dovrebbe essere) e la realtà (ciò che è) è in continuo aumento. I conflitti giudiziari su questioni di diritto, impegnative, interessanti e delicate, che spesso riguardano la vita delle persone sotto il profilo umano ed economico, non riscuotono la dovuta attenzione, sono risolti sbrigativamente, ma concorrono, con ampio tasso di schizofrenia, alla formazione del diritto vivente, alla giurisprudenza, costellata dalla disattenzione per il rito e dalla produzione di provvedimenti abnormi.

La Corte di Cassazione ha avuto sentore di questa afflizione di sistema, già vari anni fa, quando, nel 2001, con un’ordinanza molto nota, ha stabilito che lo scostamento clamoroso del provvedimento giudiziario dalla legge è sintomo di inimicizia del giudice. Da allora la situazione non è migliorata.

Nei mesi scorsi Il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo accorato, firmato dalla giornalista Virginia Piccolillo, con il titolo “Io, donna in toga, perseguitata dall’ex marito magistrato”, che racconta una vicenda dolorosa di persecuzioni compiute, dal coniuge magistrato, in danno della coniuge magistrato, con l’arma della legge. La donna magistrato ha affidato il suo dolore alla stampa per esorcizzare le sofferenze personali, non c’è dubbio, ma la conclusione è un monito rivolto ad avvocati e magistrati: “Le ingiustizie della Giustizia sono sempre una delusione, ma vissute dall’interno lo sono due volte”.

L’attività forense è diventata frustrante. Il riconoscimento economico è sempre più modesto, spesso conflittuale, e fortemente sperequato in favore di poche organizzazioni professionali, che, in forma di studio legale o di società, raccolgono almeno la metà del volume di affari della categoria (circa 13 miliardi annui l’ultimo dato noto), particolarmente proficuo per quelle organizzazioni (i primi tre studi italiani si dividono oltre mezzo miliardo di ricavi, quasi il 5 per cento del volume complessivo, distribuito al suo interno – per quanto mi risulta – con criteri non corrispondenti alle capacità e all’impegno). La concentrazione degli affari e del relativo gettito non riflette, infatti, le capacità personali, ma le relazioni di ogni tipo, che determinano l’assegnazione degli incarichi, provocando enormi distorsioni concorrenziali e sociali.

Dati recenti attribuiscono alla categoria degli avvocati il reddito medio annuo di 35 mila euro, senza tuttavia calcolare gli aggiustamenti richiesti dalle distorsioni che ho appena ricordato. Infatti, io e i miei colleghi di studio non siamo attestati da anni su questa media teorica e decine di migliaia di avvocati sono ormai sotto la soglia della povertà, come è documentato anche dalle iscrizioni, insufficienti o mancate, alla Cassa Avvocati, e dalle numerose cancellazioni.

Gli avvocati oggi guadagnano mediamente meno di un operaio specializzato, senza nessuna protezione e con prospettive inquietanti. Gli incarichi di giustizia sono una chimera. I criteri di assegnazione sono ignoti. Gli incarichi ministeriali seguono esclusive logiche politiche (quando va bene). Il lavoro di giro (sinistri stradali e recupero crediti), che ha assicurato per anni il sostentamento di migliaia di avvocati (e delle famiglie), è cambiato ed è concentrato in organizzazioni di affari, che operano ai limiti e usano gli avvocati (magari in stato di necessità alimentare) per il “disbrigo delle pratiche”.

Il mondo delle banche e dei crediti in sofferenza, ora chiamati crediti deteriorati o non performing loans – npl, merita qualche parola in più. Le banche, varie banche, non solo quelle assurte agli onori della cronaca, hanno cumulato un volume di crediti deteriorati, mai esattamente conteggiato, ma non inferiore a 300 miliardi, che viene negoziato tra banche e società “specializzate”, acquirenti a prezzo di saldo (10 o 15 per cento o meno), con la conseguenza che le società acquirenti lucrano cifre enormi in pochissimo tempo, in danno sostanzialmente delle banche cedenti, o, meglio, dei loro utenti, i clienti, che depositano i risparmi, ma non vengono remunerati, e delle imprese finanziate, che vengono selezionate in base a criteri assai poco trasparenti.

Gli avvocati, impiegati dalle società “specializzate” nel recupero dei crediti deteriorati, concorrono con la loro opera, necessaria, ma maltrattata, agli affari di questa committenza, venuta da lontano, privilegiata dal sistema bancario, come se l’attività, svolta in Italia, tramite professionisti italiani, richiedesse una tecnologia lunare. Intesa San Paolo ha sottoscritto, quest’anno, un accordo privo di senso economico (come avete bene spiegato nell’articolo “Un accordo meritevole di chiarimenti tra Intesa San Paolo e Intrum Justitia”) con Intrum. Unicredit ha ceduto un consistente pacchetto di crediti a doBank, che, in un anno, in base ai risultati dell’esercizio, si è quotata in Borsa. Mi chiedo perché Unicredit non abbia proceduto direttamente all’attività di recupero. Così come mi chiedo quanto abbiano incassato gli avvocati da questa attività, sostanzialmente svolta da loro, con “tecnologia” tradizionale, in Tribunale.

A me sembra una distorsione, non da poco, rispetto al ceto forense, meritevole di accertamento in sede concorrenziale, e una lesione a carico degli utenti delle banche cedenti. Su 300 miliardi il volume di incassi degli avvocati, in base ai parametri di legge, non dovrebbe essere inferiore a 20 o 30 miliardi, due anni di giro d’affari della categoria.

Il governo Gentiloni ha inventato, nel giugno del 2017, un decreto legge per sottrarre il patrimonio residuo delle due banche venete in stato di dissesto alla soddisfazione dei creditori (regalandolo a Intesa San Paolo) e per sottrarre, tramite la SGA S.p.A., società di recupero crediti controllata dal Tesoro, gli incarichi professionali agli avvocati. La SGA, che è società del Tesoro, nel sito, sotto “società trasparente”, ha scritto: ai sensi del d.lgs. n. 33 del 2013 gli incarichi professionali non sono sottoposti ad alcun obbligo di informazione. Alla faccia della trasparenza!  Chi se ne occupa?

Il difetto di rappresentanza è sempre più evidente. Il Consiglio Nazionale Forense – Cnf sembra impegnato in tutt’altro, perfino in politica (non forense) con il giornale Il Dubbio, affidato alla direzione di Piero Sansonetti, che costa – per quanto se ne sappia – un milione ogni anno. E’ produttivo di risultati in favore del ceto forense? Qualcuno risponda.

Il Consiglio dell’Ordine a Roma è sostanzialmente diviso in tre anime. Sottoponga lei, direttore, questo cahier de doleance, se ritiene, alle tre anime, nell’interesse della categoria, sollecitando attenzioni e impegni concreti, ad esempio con la Banca d’Italia, rispetto alla gestione dei crediti deteriorati, con la Presidenza del Consiglio o i Ministeri economici, rispetto agli incarichi pubblici, con i Capi degli Uffici Giudiziari, rispetto agli incarichi di giustizia.

Al Primo Presidente della Corte di Cassazione e al Procuratore Generale presso la Corte dovrebbe, inoltre, essere richiesta dal nostro Consiglio dell’Ordine, magari di intesa con altri Consigli, una via preferenziale per la correzione dei provvedimenti abnormi, che inquinano la giustizia e rovinano la vita delle persone. Presso i Consigli dell’Ordine potrebbe essere costituita una Commissione, formata da giuristi eccellenti, al di sopra di ogni sospetto, che provveda all’esame dei casi.

Leggo il NuovoMille.it fin dall’origine, ho apprezzato l’impegno politico – istituzionale, gli articoli e le iniziative a favore dei risparmiatori (particolarmente efficace e apprezzabile quella nei confronti di Seat Pagine Gialle Spa, società quotata in dissesto “sfuggita” alla vigilanza di Consob e Banca d’Italia) e spero che non molliate, anche se mi rendo conto che gli attriti di sistema sono enormi, anche all’interno del ceto forense. La ringrazio per l’ospitalità e la prego, per quanto le sia possibile, di provvedere alla circolazione di questa mia lettera anche al di fuori dell’ambito forense, perché i cittadini siano informati che il ceto forense normale, non raccomandato, soffre come il 99 per cento dei cittadini italiani.”

 

 Un avvocato qualunque

 

 

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