La crisi del Sole 24 Ore


Inutile girarci intorno. Il Sole 24 Ore, quotidiano politico economico finanziario leader di settore in Italia, è in crisi da vari anni.

Si calcola che abbia perso circa 300 milioni negli ultimi 7 anni. Quest’anno, nel primo semestre, ha perso di certo 49,8 milioni. Boccia, presidente di Confindustria, che è azionista di riferimento del gruppo editoriale con la partecipazione del 67,5 per cento, ha dichiarato che il giornale “rimarrà” di proprietà (il che significa che è stata ventilata la prospettiva della vendita) e che sarà rilanciato con un Cda adeguato alla circostanza, non ignorando, peraltro, in tal caso, l’esigenza della ricapitalizzazione, a cui potrebbero concorrere le banche creditrici.

image
Vincenzo Boccia, Presidente di Confindustria

Se così fosse, l’operazione non sarebbe esente da critiche e da possibili contestazioni. Infatti, è già materia delicata che una società in crisi e presumibilmente priva di progetto editoriale (basta rileggere le dichiarazioni di Benito Benedini di inizio anno) possa attingere, senza limiti allo stato dichiarati, alle finanze della proprietà. La Corte di Cassazione si è dimostrata molto severa negli anni più recenti con le crisi di impresa finanziate in base ad un progetto velleitario e fallace. Ma la eventuale partecipazione delle banche è ancor più delicata. Perché non può avere luogo sulla base di uno scambio di credito contro partecipazione e, men che meno, contro la rinuncia ad esigere il credito in sofferenza. Ci sono precise disposizioni di legge che disciplinano la materia con rigore. E, dulcis in fundo, Italia Oggi e MilanoFinanza, ma non solo, potrebbero aversene a male e rivolgersi all’Autorità Antitrust. Quindi, ci sono profili della crisi che non possono essere ignorati da Boccia e da chi per lui. Ma il tema prioritario è la comprensione dei motivi della crisi.

Il Sole 24 Ore ha celebrato da poco i 50 anni della fusione tra Il Sole e 24 Ore, è stato a lungo unico quotidiano di settore, negli anni 80 era noto come “il secondo quotidiano che viene letto per primo”, e si rivolge ad un pubblico di lettori potenziali molto vasto. Stiamo parlando di circa 15 milioni di persone, tra partite Iva, dirigenza pubblica e privata, esponenti della politica e istituzioni nazionali ed estere. Che evidentemente non comprano, se non in minima parte. Per l’ 1 per cento o poco più tra copia cartacea e web. Perché?

La risposta che il web stia soppiantando la carta per il quotidiano economico leader di settore vale molto poco.

Perché i circa 500 euro di spesa annua sarebbero considerati un ottimo investimento in azienda e negli uffici, se la lettura fosse utile. Se venissero offerte informazioni selezionate e, nella parte della politica, le opinioni, per quanto legittime, venissero distinte dai fatti e comunque fossero apertamente dibattute.

Il giornale ha avuto la costanza di essere antigovernativo all’epoca del governo Berlusconi (chi non ricorda il FATE PRESTO che in seguito ha suscitato tante facili ironie!) e di esserlo tuttora, sia pure meno palesemente, con il governo Renzi. C’è da dire che in Italia i potentati economici, che svolgono influenza politica, non sono pochi e non sono coesi nel perseguimento degli interessi nazionali. Che, però, ad esempio, potrebbero essere identificati dal giornale, proposti all’attenzione dei lettori e confrontati con l’azione di governo e con le attività istituzionali o ultronee, che non mancano, dei potentati. Non si registra evidenza.

Il punto di Lina Palmerini, sempre per fare un esempio, che ha sostituito un punto discutibile ma mai discusso sul giornale, è spesso assertivo e mai proposto alla interlocuzione o, perché no?, alla polemica dei lettori o di altri redattori occasionali. Sarebbe uno stimolo per lei, meritevolmente impegnata, e per i lettori. C’è molta più gente in Italia che sa leggere e scrivere e non viene ospitata, nemmeno gratuitamente. Manca una pagina in inglese, anche periodica, per dimostrare l’attenzione al mondo che ci circonda, che ha comprato nel 2015 oltre 400 miliardi di prodotti italiani (di cui è prevista purtroppo la contrazione nel prossimo anno), mentre il Financial Times si espande sempre di più in Europa, oltre che in Asia, dove risiede la proprietà, e progetta la regionalizzazione (che sarebbe la fine dell’editoria economica italiana) e Handelsblatt pubblica la global edition.

In campo economico, oltre ai titoli riservati ai campioni nazionali (in diminuzione continua), si legge ben poco delle piccole e medie imprese, che rappresentano la maggior parte della ricchezza nazionale, e delle loro esigenze informative. Anche per contribuire al loro sviluppo o correggerne le attività. Il servizio informativo potrebbe essere massiccio e utile, anche in termini di interesse pubblico. In campo finanziario, non si leggono con l’assiduità e il dettaglio dovuto (alla dignità degli investitori privati italiani che ancora vengono chiamati il parco buoi) le vicende del risparmio tradito (centinaia di miliardi negli ultimi dieci anni), soprattutto quelle in atto, che potrebbero richiamare l’attenzione di centinaia di migliaia di lettori, sia pure alienando la simpatia di qualche potentato inoperoso nel disbrigo della sua attività istituzionale. Si ricorda ancora, invece, l’infelice attributo di “Coca Cola d’Italia” rivolto alla Parmalat prossima al default.

Se venissero ridotte le pubblicità professionali (mezze pagine talvolta risibili) e venissero risparmiati ai lettori gli inutili dossier obbligatori, che vengono immediatamente cestinati, nella prospettiva di un servizio migliore e di una fiducia riposta nella capacità editoriale, più che in quella di merchandising, il Sole 24 Ore potrebbe essere veramente rilanciato, con un occhio ai conti e alla direzione. A proposito di conti, il giornale potrebbe aprire nei prossimi giorni svelando quanto ha speso (inutilmente) in consulenza strategica e aziendale negli ultimi sette anni. Sarebbe un ottimo segnale.

Conversazioni

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


*