America first, proclama Trump


Non sembrerebbe necessario che il Presidente eletto dichiari la primazia del proprio Paese. E’ il dovere della sua carica, il bene del popolo che rappresenta prima di tutto. Immaginiamo soltanto per un attimo se Trump dicesse “America second”! Second a chi e perché? Prenderebbero subito quota i sospetti dell’eccesso di simpatia di Trump per la Russia e la via dell’impeachment, che – non si sa perché – già comincia a galleggiare nella stampa americana, sarebbe subito praticata, riducendo Trump e la sua squadra di governo nella classica anitra zoppa inadeguata alla funzione di comando (come forse qualcuno vorrebbe).

Il proclama, quindi, in parte è simbolico, in parte è programmatico. Si riferisce all’impiego delle risorse negli Stati della Federazione ed è un messaggio per il Capitale americano. Che non deve nutrirsi di produzione estera e domanda interna americana. Perché la domanda ben presto si affievolisce, con conseguenze disastrose sulle condizioni di vita dei cittadini. Come, infatti, è avvenuto, a causa della globalizzazione, in America e negli altri Paesi occidentali. Però il messaggio ha anche altre implicazioni. Segna l’inversione di tendenza, rispetto agli investimenti esteri, ad esempio. E da qui parte la prospettiva del dazio sulle autovetture prodotte all’estero dalle grandi case automobilistiche, in cui è incappata anche la ex Fiat. Chissà se Marchionne in questi giorni è proprio sereno.

Il processo di internazionalizzazione o meglio di multinazionalizzazione coltivato da Marchionne e sognato da Elkann subisce un indubbio contraccolpo dalla nouvelle vague trumpiana. Se investimenti e ricavi della domanda interna dovessero entrare in una necessaria proporzione di segno politico, il progetto di abbandono dell’Italia, ampiamente in itinere, potrebbe essere rallentato. Perché sostanzialmente il proclama di Trump segnala l’importanza identitaria, la necessità e i diritti/doveri dell’appartenenza. In altri termini, non si è americani soltanto quando conviene, perché si è rispettati nel mondo.

Il privilegio, che è assicurato dai milioni di americani della Deep America, periodicamente sacrificati sui campi di battaglia in Oriente e in Medio Oriente, deve essere restituito al Paese in moneta sonante, nei dollari pregiati del tempo che fu, precedente alle esequie degli accordi di Bretton Woods, era di Nixon, anno 1971. L’America era stremata per la guerra del Vietnam, ogni giorno rientravano le bare dei soldati americani, ma i produttori di armi si erano arricchiti. E’ una lezione che il giovane Trump, in quegli anni già ampiamente in affari, ha appreso e sembra non avere dimenticato.

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