Walter Tobagi investigava sul capo dei capi


40 anni fa Walter Tobagi venne assassinato in strada perché aveva investigato, da giornalista che si pone domande e cerca risposte, il pianeta Brigate Rosse nel collegamento con la fabbrica e il sindacato. Il 20 aprile uscì sul Corriere della Sera un suo editoriale, il 28 maggio venne ucciso.

Cosa aveva scritto Tobagi di così pericoloso e chi temeva che la sua analisi facesse presa sul pubblico e, magari, su qualche investigatore “troppo” scrupoloso, che non volesse fermarsi agli assassini materiali, ma ragionasse sulla committenza?

Tobagi aveva notato, nel suo editoriale, che l’organizzazione brigatista fosse un “gioco degli specchi per cui un gruppo di poche decine riesce a sembrare un piccoloesercito” e si era dichiarato stupito che la “mitica direzione strategica delle Brigate Rosse” fosse formata da persone senza particolari capacità militari e strategiche. Una sola delle quali “avrebbe collegamenti col supervertice politico, il sinedrio occulto dei capi di tutti i capi”. 

Tobagi non si diede risposte nell’editoriale, e non risulta che altri abbiano raccolto la sua eredità, ma notò che “il terrorismo è l’alleato oggettivamente più subdolo del padronato, e se non viene battuto può ricacciare indietro di decenni la forza del movimento operaio”.

 Non era certo una notazione conservatrice o fascista, eppure quello schierarsi di Tobagi in favore della prospettiva di un rafforzamento dell’anima operaia in fabbrica gli costò la vita, a mano di giovani che volevano accreditarsi presso il terrorismo più altolocato (si è detto).

Quale andamento abbia avuto il terrorismo negli anni successivi è noto. La fine della “notte della Repubblica” (da un noto programma di Sergio Zavoli) venne decretata di lì a poco, sulla scorta dell’azione di governi di cosiddetta “unità nazionale”, che oggi meriterebbero di essere reinterpretati.

Certo si è che nel decennio successivo (anni 90) vennero le stragi di mafia, in cui trovarono la morte, tra tanti altri, Falcone e Borsellino, forse per le loro capacità e per le informazioni acquisite nel corso di tante indagini, e, all’alba del nuovo millennio, D’Antona e Biagi, esperti del lavoro, vennero assassinati da un rivitalizzato manipolo di brigatisti.

In precedenza, il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro furono coronati da misteri mai dipanati, sia per le presenze tuttora ignote segnalate sul luogo della strage, sia per l’apparizione fortuita del memoriale (incompleto) nel covo di via Monte Nevoso, fotocopiato dai Carabinieri che ne fecero avere copia al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, assassinato a Palermo in auto con la giovane consorte nel 1982, mentre qualcuno svuotava la sua cassaforte, a casa, di documenti, non di soldi.

Tobagi e molti altri, civili e militari, hanno perso la vita per fare il proprio lavoro. Le “verità” approssimative, dense di lacune e spesso contraddittorie, non gli rendono merito.       

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