Vincolo di mandato, Di Maio ci prova

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Di Maio potrebbe cominciare la campagna a favore del vincolo di mandato dei parlamentari, per contrastare la fuoriuscita dei più indisciplinati, di quelli, dei Cinque Stelle, che hanno scordato la regola dei due mandati, e poi a casa. Perché, tutto sommato, si sono trovati bene in Parlamento, e, se il partito gli va stretto, il passaggio in altri gruppi è consentito dalla Costituzione.

I padri costituenti hanno voluto stabilire il principio che ciascun membro del Parlamento sia libero di sottrarsi alla disciplina di partito, per motivi ideali, come segnale di una democrazia compiuta, che poggia sull’istituzione e non sulle segreterie.

La libertà dal vincolo, in effetti, si è rivelata, nel corso degli anni, un boomerang per la democrazia, perché i passaggi da un gruppo ad un altro hanno segnalato il tradimento del voto degli elettori, ai quali i parlamentari fedifraghi non chiedono mai il permesso di compiere un’operazione di trasformismo.

Per tornare a Di Maio e alla sua campagna di “moralizzazione” dei parlamentari del gruppo, c’è chi vede nell’iniziativa un segnale di debolezza. In sostanza, il capo politico non sarebbe più in grado di tenersi i suoi ben stretti e, invece del progetto politico e del carisma, in discussione, vorrebbe supplire con il vincolo costituzionale. La voglia di introdurre la modifica costituzionale, in realtà, è trasversale.

Tutti i segretari vorrebbero controllare il gruppo parlamentare con un legame forte, ineludibile. Ma, come spesso accade, l’agenda politica è dominata dalle esigenze tattiche e dalle prospettive del voto, più o meno in vista. E non dispiace al partito forte (oggi sostanzialmente soltanto la Lega) accogliere gli scappati di casa dei Cinque Stelle.

Azzardiamo la previsione che la norma costituzionale non sarà modificata e che i parlamentari continueranno a essere liberi di passare da un gruppo all’altro, per asserito “senso di responsabilità” o, più semplicemente, per trasformismo. In Italia c’è una lunga tradizione. Di certo, nell’Italia post – unitaria. Ma anche l’Italia precedente non è stata esente da repentini mutamenti di alleanze politiche e militari. Di Maio dovrà farsene una ragione.

 

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