Verdini se n’è juto

Verdini_Renzi

 

Verdini se n’è andato e qualche parlamentare lo ha seguito. Faranno un partito, entreranno nel Pd, gli elettori del Pd li voteranno, potranno beneficiare del voto di apparato dell’ex Pci? Sono gli interrogativi inevitabili, insieme ad altri inespressi, che accompagnano lo strappo.

L’incontro del chiarimento mancato tra Verdini e Berlusconi è avvenuto in presenza di Confalonieri e di Gianni Letta, gli ultimi saggi dell’entourage azzurro, testimoni di un’epoca che è stata e di un futuro che avrebbe potuto essere, e non è stato. Contemporaneamente Berlusconi ha annunciato la ripresa delle attività di Forza Italia, candidata, secondo lui, a raccogliere un importante risultato elettorale. Quando? L’anno prossimo o nel 2018? A beneficio di chi? Del paese o di una pattuglia attestata sullo zoccolo duro di un elettorato smarrito?

Verdini conosce bene Berlusconi e Forza Italia, ne è stato il coordinatore, ha partecipato a trattative di ogni livello. Non si può pensare che la sua sia stata una scelta umorale. Tutt’altro. Bisogna pensare che sia stata una scelta meditata, forse sofferta, che tiene conto di fattori noti e di altri previsti, qualcuno soltanto a lui. Forza Italia non ne viene sconvolta, è già ai minimi storici e non sarà un nuovo contratto con gli italiani a risollevarne le sorti. Perché Berlusconi è stato per troppo tempo un uomo solo al comando e manca, nel partito, una struttura impegnata sulla base di scelte ideali, suffragate dalla prospettiva di un cursus honorum meritocratico.

Forza Italia ha sofferto sostanzialmente della mancata attuazione dei programmi e della mancata selezione del ceto dirigente, sulla base dei valori condivisi dall’elettorato, non degli interessi di gruppo. L’uscita di Verdini è anche la certificazione di queste carenze.

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