Un patriota al Quirinale


Fervono le trattative per il Quirinale. Trattative fatte di promesse, di lusinghe e di inganni. Non pochi parlamentari – si calcola non meno di 300 – si offrono al miglior promittente. Per “concretezza” politica, dicono. Qualcuno dice, perfino, per spirito patrio.

Giorgia Meloni, allora, per non essere superata a destra, l’ha buttata lì: il presidente, ha detto, deve essere un patriota. Non ha, però, definito il concetto, non si è pronunciata sulle caratteristiche del patriota nell’epoca della globalità e sulle priorità dell’azione politica.

Oltre che sui poteri presidenziali, che, nella costituzione materiale, si sono, di molto, ampliati. Tant’è che, nella pratica della politica, qualcuno ormai parla di un semipresidenzialismo mascherato e propone il cambiamento.

Proviamo noi, allora, a definire il termine “patriota”, per dargli un contenuto, perché non sia l’ennesima parola vuota, pronunciata per fare effetto, per attrarre simpatie e consenso.

Non dubitiamo che, nella prospettiva di Giorgia Meloni, il patriota debba essere attento agli interessi nazionali. L’ha detto più volte, anche se non ha mai veramente identificato gli interessi nazionali secondo la scala di priorità consentita dall’azione politica. Necessaria, per concretezza ed effettività dell’azione. Per uscire dal rango delle promesse, inattuate anche quando la destra è stata al governo, con la Meloni ministro, per l’opposizione (questa è stata la scusa) interna o esterna allo schieramento governativo.

Secondo noi, il patriota moderno non è il patriota dei moti carbonari dell’800, ma ne ha conservato i valori, primo dei quali: la libertà (di essere, più che di avere). Una libertà invocata da tutti i politici, in particolare dai segretari, che più dei peones sanno leggere, scrivere e far di conto, ma conculcata nei fatti, nell’azione politica, nell’ampio spettro delle distrazioni istituzionali.

Una libertà, secondo noi, non sappiamo se Giorgia Meloni e gli altri segretari siano d’accordo, che postula il controllo democratico delle istituzioni, sempre, non soltanto a chiacchiere nel momento del voto. Se qualcuno vuole una prova in senso contrario, ce la chieda.

Ecco, secondo noi, il presidente patriota, che sia acclamato o votato a maggioranza, deve essere disposto a sacrificare il trono quirinalizio, se le circostanze lo richiedono, denunciando le malefatte (e le persone) che impediscono il funzionamento democratico del paese.

Perché il presidente può non avere i poteri di intervento – non tutti – ma sicuramente ha il potere di denuncia dell’azione politica difforme dal dettato costituzionale. Se è libero. Questo è il punto.    

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