Un cantuccio per Renzi


Renzi ha rilasciato una gustosa intervista a 7, magazine del Corriere della Sera, che merita di essere letta e commentata.

E’ noto a tutti che Renzi non sta passando un periodo particolarmente felice della sua vita personale e della carriera politica, che si sono intrecciate nelle indagini sulla fondazione Open e negli appunti dell’avvocato Bianchi, fin troppo scrupoloso nelle annotazioni.

Ed è altrettanto noto agli osservatori che il disegno (o il sogno?) della ricostituzione della DC in altra forma sta segnando il passo. Perché stanno venendo meno i pilastri del progetto immaginato dal Colle e anche perché gli elettori, in questo momento, non sono disposti a lasciarsi dire cosa è meglio per loro, dopo le disavventure dei vari governi presidenziali.

 Però, non è detta l’ultima parola, e, puntuale, come se si volesse appropriare del soprannome “Rieccolo” attribuito da Montanelli a Fanfani, Renzi si ripresenta al pubblico e al Palazzo. Con amarcord, aneddoti e qualche segnale.

Dice – sbagliando – che “Il renzismo muore non al referendum, come qualcuno pensa. Ma dopo, con le liti sulle alleanze e le alchimie, lo jus soli, il dibattito sull’immigrazione. E’ dopo giugno 2017, non dopo il referendum del dicembre 2016, che il Pd inizia a crollare”.

 Renzi, così dicendo, identifica il crollo del Pd con la sua debacle personale del referendum. Ma non è tanto questo l’errore, quanto la descrizione di apparente casualità della vicenda, che, invece, è stata la reazione, voluta e progettata, di una parte dell’establishment di partito e del paese nei suoi confronti, costi quel che costi.

Ed è costata la sconfitta elettorale del Pd, in parte temuta dai cospiratori, in parte inaspettata. Peggiorata in seguito, almeno nel gradimento degli elettori. A cui – è ben vero – tutti gli esponenti della politica, nessuno escluso, attribuiscono valore modestissimo quando le urne sono lontane.

Renzi rivendica la “nomina” di Mattarella, preferito ad Amato, candidato in pectore di Berlusconi. Dice Renzi in proposito: “Silvio, io gioco pulito con te. E se finiamo su Mattarella, lascerò che a fare per primo il nome sia tu”. Tradotto dalle intenzioni di Renzi. Silvio, tu lanci il sasso, io nascondo la mano. E giù qualche retroscena di ambasciate sconfessate e ammissioni cavillose, degne del miglior gesuita e del peggior azzeccagarbugli.

L’intervista si conclude con la frase che Renzi avrebbe rivolto ai figli, di ritorno a casa dopo la lunga parentesi di Palazzo Chigi. “Oh, ditemi voi dove, ma da qualche parte io devo pur stare”. Messaggio consegnato. Qualcuno dica a Renzi, che per vari anni è stato protagonista e non vuole essere messo da parte, né con le buone, né con le cattive, dove deve stare.     

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