Roma brucia?


Non è il titolo di un film. Non vogliamo copiare René Clément che, negli anni 60, diresse lo splendido film “Parigi brucia?”. Roma brucia veramente.

Almeno è bruciata martedì sera 27 ottobre nel quartiere Prati, ad opera di gruppi organizzati, esperti nelle tattiche di guerriglia urbana, armati di bastoni e bombe molotov, informati e presumibilmente comandati. Non è stato un episodio casuale e probabilmente non sarà un’esperienza isolata.

Il Viminale se lo aspettava dall’estate scorsa. Gli osservatori interni ed esterni alle forze dell’ordine si interrogano su chi ci sia dietro, se si tratti di una riproposizione 4.0 della strategia della tensione, se le direttive siano impartite da un Grande Vecchio sul campo o da giovanissimi hacker da remoto.

Quale che sia la formazione in campo, la sfida alle istituzioni è iniziata. Ed è una sfida di gran lunga più insidiosa di quella precedente, perché allora lo Stato c’era. Oggi, si può legittimamente dubitare che tante, troppe, persone, che rappresentano lo Stato, siano consapevoli del ruolo e abbiano la capacità – e, diciamolo pure, la forza morale – di affrontare la sfida di una truppa organizzata, che rischia di avvalersi del sostegno morale dei cittadini abbandonati dallo Stato nell’esercizio delle sue funzioni.

I diseredati di Stato non scendono in piazza, anche se minacciano di farlo, e, se scendono, sono armati di slogan e di bandiere, non di molotov. Ma non hanno più nulla, soprattutto non hanno più fiducia nella politica e nella giustizia. Sono stati preda dei poteri che si sostengono l’un l’altro, che negli ultimi 30 anni hanno saccheggiato il paese, facendo strame dei principi fondamentali della Costituzione e riducendo, di fatto, le libertà personali.

Non basterà un governo di apparente unità nazionale, che sia, in effetti, un comitato di salute pubblica.     

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