Riflessioni post elettorali: i dilemmi interni ai partiti

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Ad un mese dalla fine della tornata elettorale sembra di essere ancora in piena campagna elettorale. Ma questa volta all’interno dei partiti. L’interpretazione dei risultati, infatti, insieme alla scelta delle posizioni nel rebus di un parlamento tripolare stanno spostando l’importanza dei partiti stessi nella politica verso la loro inutilità. Creando, per giunta, un pericoloso vuoto di riferimenti, che non può che essere colmato da strutture non democratiche. Anche la recente ‘storiaccia’ di Facebook impone una aperta  valutazione del ruolo dei social networks nella politica italiana.

Il problema è evidentemente all’interno dei partiti, che sono simmetricamente divisi, compreso il M5S, nelle decisioni da prendere sulle alleanze/contratti di governo.

Premesso che il PD deve mettersi  nella condizione di aspettare proposte, non  può dire agli elettori che sia stato, da questi, destinato a fare opposizione: gli elettori votano per avere risultati che portino a governar. Il PD ha ancora molte amministrazioni locali in mano e, anche nella prossima  presunta opposizione, dovrà assicurare continuità nella nuova legislatura,  per le cose buone fatte. La riforma delle PA e gli  accordi con i Sindacati debbono essere salvaguardati anche con immediate proposte di legge, ove necessario.

Adesso il PD deve riprendere le “100 cose ben fatte” e coinvolgere gli iscritti nei circoli parlando di questi risultati e soprattutto di quello che manca per renderli compiuti; parlare ancora solo di Renzi è un suicidio collettivo.

E’ chiaro che, da posizioni rigide sui destini personali delle persone, come nel caso di Di Maio – il quale pone la sua candidatura a premier come fatto irrinunciabile  in qualsiasi coalizione che abbia il M5S come elemento fondante – portano solo ad un ritardo nella formazione del Governo, che è un atto dovuto da parte del Parlamento, nei confronti non solo degli elettori ma dell’intero Sistema Paese; la sua recente foto tra Grillo e Casaleggio  è la chiara dimostrazione della sua dipendenza da questi due personaggi,  che non sono stati però  scelti dagli elettori.

 

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Il PD deve invece individuare delle persone di alto profilo da indicare nel caso della necessità di un “governo del presidente” senza coinvolgere i propri parlamentari. Adempiendo ad un principio di separazione tra potere legislativo e quello esecutivo.

La vagheggiata Terza Repubblica, infatti, deve forse riscoprire alcune condizioni essenziali, come la logica dei poteri autonomi e separati – parlamento, governo, magistratura – . Deve riconsiderare il ruolo dei  Social  Networks alla luce di una sicura ed ineludibile sicurezza della privacy delle persone, e che il mandato parlamentare non è un “contratto di prestazioni  a tempo determinato” almeno fin quando la Costituzione prevede che non vi sia un vincolo di mandato;  infine, che l’equilibrio di bilancio dello  Stato è anch’esso una obbligazione costituzionale.

 

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