Riflessione sul dopo-coronavirus


La pandemia viene comunemente definita una guerra. Nulla da dire. La metafora rende l’idea della gravità. Non è l’unico esercizio letterario riferito alla crisi da coronavirus. In Italia qualcuno ricorre al confronto con il terrorismo degli anni di piombo.

La stampa internazionale indugia sulla prospettiva della recessione economica, e rovista tra ricordi e pubblicazioni sulla Great Recession degli anni 30, culminata nella seconda guerra mondiale. Anche – diciamola tutta – per alimentare le speranze che se ne possa uscire con un nuovo piano Marshall.

Noi, invece, pensiamo che la pandemia non abbia precedenti. Il confronto con il terrorismo italiano non regge, perché allora lo Stato fu contagiato, ma oppose una reazione quasi unitaria. Né regge il confronto con qualsiasi altra recessione. Perché questa in corso rischia di provocare l’inversione di rotta sul percorso accidentato della civiltà.

Per la prima volta nella storia nota dell’umanità, la prospettiva concreta di una crisi è l’arretramento strutturale sulla via dello sviluppo economico e sociale. La società occidentale, oggi, è radicalmente cambiata rispetto a 90 anni fa e perfino rispetto a 30/40 anni fa. Quindi, il cambiamento non è solo storico. E’ attuale, è presente nella memoria e nella psicologia di tutte le persone mature o anziane, la maggior parte della popolazione. Si distinguono, in questo, soltanto i millenials, cresciuti nel clima della precarietà, che però hanno percepito il cambiamento in famiglia e nelle comunità locali, e avvertono il progresso della ristrettezza.

In Italia i prodromi della crisi recessiva affondano le radici nella distruzione o rarefazione della grande industria, che, in una società industrializzata di dimensioni medie come l’Italia, è trainante rispetto a tutto il resto. Le grandi industrie sopravvissute spesso sono controllate da gruppi esteri. Perfino il delicatissimo settore delle comunicazioni è dominato da interessi stranieri. Non è un caso che il processo di deindustrializzazione abbia scavato dapprima gap sociali e abbia provocato poi milioni di poveri. Già prima della pandemia.

Ora, tutto rischia di peggiorare. Se non si interviene sui mali, non soltanto sui sintomi. I mali non si esauriscono nella perdita delle industrie e del controllo su larghi strati delle attività economiche. Riguardano la finanza, il sistema del credito, la giustizia. Noi abbiamo spesso parlato – inascoltati – di risparmio e di rapine consumate in danno di milioni di risparmiatori. Che ora se la passano male e l’Istat nemmeno ci dice quanto sia stato il risparmio tradito e quali siano le conseguenze a carico delle persone e del sistema. Mentre il ceto dirigente, autoreferenziale e inchiodato ai privilegi costruiti a proprio favore nel corso dei decenni, sembra indifferente.

Si diceva nella prima repubblica che i frati sono ricchi e il convento è povero. Ora, si deve dire che il priore si è arricchito a carico dei frati, stupidamente inconsapevoli che il convento povero avrebbe impoverito tutti, salvo il priore fellone.

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