Il Fatto Quotidiano, non tutte le inchieste sono uguali

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Antonio Padellaro ha incalzato il ministro Orlando sul caso Consip a Otto e Mezzo. Marco Lillo, sotto lo sguardo benevolo di Formigli a Piazza Pulita, ha sottoposto Emanuele Fiano, Pd, ad un interrogatorio stringente (c’è mancato solo il “dica la verità!”), sempre sul caso Consip. Che coinvolge – per chi non lo ricordi – il nome del padre di Renzi e presenta una discrepanza, apparentemente insanabile, tra le deposizioni rese alle due Procure impegnate nelle indagini (Roma e Napoli), oltre ad offrire il contorno inquietante della indagine di Polizia Giudiziaria alterata, sottoposta, a sua volta, ad indagine.

Un caso bizzarro, anomalo e senz’altro allarmante per i vari risvolti dei fatti illeciti prefigurati dalle Procure a carico di alti dirigenti dello Stato. Infatti, sia Padellaro, che Lillo prima di lui, non cessano di dire e di comunicare al pubblico dei telespettatori e dei lettori del Fatto Quotidiano che la Consip amministra miliardi (di soldi pubblici), che gli esponenti politici impegnati nell’inchiesta a vario titolo dovrebbero dare risposte diverse e immediate agli italiani, a prescindere dal progresso dei procedimenti penali, e che l’inchiesta su Consip (e su Renzi, come Lilli Gruber mette in evidenza nel titolo) è un preciso dovere della stampa. Siamo abbastanza d’accordo con Padellaro e Lillo. Siamo meno d’accordo con loro sulla esclusività dell’inchiesta, che consente ora a Renzi, così come in precedenza a Berlusconi, di presumere che non si tratti di una severa, ma serena inchiesta giornalistica, che incidentalmente li riguarda, ma di un attacco alla persona del Premier, in carica o in pectore, sgradito al Fatto Quotidiano.

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Il che, di per sé, non è illegittimo, ma si presta a riflessioni sul dichiarato ed effettivo impegno dei due valenti giornalisti in favore dei soldi pubblici e privati, che, nella forma di risparmio investito in Borsa, assumono rilievo costituzionale, producono occupazione e assicurano sopravvivenza alle famiglie e uguaglianza tra ceti sociali. Quando non vengono distratti dal circuito virtuoso della produzione nel silenzio assordante dei mezzi di comunicazione, oltre che – va detto – della Politica. Per uscire dal genericismo, ci riferiamo al caso Seat Pagine Gialle, che non è mai stato indagato a fondo dalla stampa.

Anzi, finché, nel maggio del 2011, un piccolo Studio Legale di Roma non si è rivolto, inascoltato, alla Consob, il caso Seat Pagine Gialle non è stato indagato proprio. E, per la verità, nemmeno nel prosieguo ha suscitato grande apprensione, malgrado i soldi pubblici impegnati siano molti (per l’Inps, soltanto per fare un esempio, intervistare Tito Boeri) e le “perdite” di risparmio, inferte ai piccoli azionisti in quasi dieci anni di dissesto protratto, e non sanzionato dal fallimento, si avvicinano ai 10 miliardi e riguardano oltre 300.000 persone (che, con le famiglie, superano il milione di persone, il numero di lettori del Corriere della Sera di una volta).

Non sarebbe male spiegare ai lettori del Fatto Quotidiano che le diseguaglianze spesso sono il frutto di illegalità vere e proprie. Tanto più che non pochi profili di questa inquietante (molto più del caso Consip) vicenda sono inediti. E i documenti raccolti nel corso degli anni dal piccolo Studio Legale di Roma sono a disposizione della stampa.

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