Quando è negato il diritto alla vita


In Italia esiste un diritto della salute a contenuto variabile, come si dimostra ora, in piena emergenza sanitaria, ancora più drammaticamente che nei mesi della prima ondata. Per la mancanza di risposta alla domanda di terapia – non di prevenzione – da parte dell’autorità sanitaria centrale, che è, allo stesso tempo, politica e tecnica.

La terapia richiede due interventi immediati: l’isolamento della persona malata e la somministrazione di farmaci. Il primo rimedio è stato raccomandato al governo, nella forma dei Covid Hotel, il 29 marzo, da un folto gruppo di medici e microbiologi, tra cui il prof. Giampietro Ravagnan che scrive su queste colonne. Il governo l’ha adottato, in misura del tutto insufficiente, soltanto ora, quando gli ospedali, malgrado l’attesa della seconda ondata, non sono riusciti ad accogliere pazienti, quando le ambulanze hanno stazionato inutilmente fuori il Pronto Soccorso.

Il secondo rimedio non costituisce ancora, incredibilmente, oggetto di protocollo e di divulgazione a tappeto, malgrado l’esperienza delle persone morte in casa, senza soccorso e senza cura. Di cui il pubblico apprende casualmente le storie e ignora il dato esatto.

Si può presumere che si tratti di migliaia di persone, abbandonate a sé stesse, in spregio del dettato costituzionale, che assicura la tutela della salute come “fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”. 

Non si può dire lo stesso, però, delle persone più abbienti e più in vista che godono di privilegi negati alla collettività, a dimostrazione del fatto che l’interesse particolare, nell’emergenza, prevale sull’interesse generale.

Non incolpiamo i medici, che, in effetti, con sacrificio personale, prestano le cure a tutte le persone ricoverate con la stessa abnegazione. Incolpiamo quell’autorità politica e sanitaria che si è presa un potere inusitato ed eccessivo, secondo molti illegittimo e illiberale, senza, però, provvedere alla sopravvivenza di tanti cittadini.     

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