Prodi declama, ma il Pd non c’è

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Prodi è di nuovo in pista. Ha rinunciato all’atteggiamento di distacco adottato durante il Governo Renzi e rilascia interviste che vengono seriosamente discusse nei salotti televisivi. L’apparato di sostegno del Pd, incoraggiato, si è messo in moto.

Nei confronti del Pd, però, Prodi non si è dimostrato tenero. Il partito è, secondo lui, povero di contenuti e privo di leadership, avendo ricordato, con una certa supponenza, diciamolo, che il “chi” fa le cose prevale sulle stesse cose. Come a dire, che, se anche il prodotto fa schifo, le capacità dell’imbonitore compensano. Non sembra che, così dicendo, il padre nobile si sia riferito soltanto all’attuale segreteria. Con buona pace dei candidati in corsa per le primarie.

In contemporaneità un po’ sospetta, Enrico Letta, dopo gli anni di esilio parigino, si è riaffacciato a sua volta sulla vita pubblica, ostentando pacatezza e tolleranza anche nei confronti di Renzi, e ha dichiarato, libro appena pubblicato in mano (titolo “Ho imparato”), di riconoscere in Prodi il suo mentore politico e di non escludere il rientro nella vita pubblica.

Per la verità, il suo nome era stato fatto nelle settimane scorse anche da Calenda, che scalpita, ansioso di affermare il suo enigmatico Fronte Repubblicano, già ricco di numerosissime sottoscrizioni, di operai, non solo di “cariatidi” (qualifica attribuita dal linguaggio televisivo corrente). In politica mai dire mai. Quindi, non si può escludere (anche se noi non ci crediamo) che il Pd si riorganizzi in tempo utile per una decorosa partecipazione alla tornata elettorale, posto che riesca a entrare in sintonia con l’elettorato. Perché, ripetiamo, ogni volta che i maggiorenti parlano, perdono voti.

Per concludere su Letta e Calenda, che fanno progetti elitari senza tenere conto dell’elettorato. Fassino (i lettori lo ricorderanno), poco prima delle elezioni del 4 marzo, si esibì a Porta a Porta con una disquisizione sugli spostamenti di voto che stupì perfino Vespa, che pure ne ha viste tante. Pochi giorni dopo, la clamorosa sconfitta elettorale decretò la liquidazione della classe dirigente del Pd, oggi inutilmente rissosa intorno alle spoglie di un partito che non c’è più.

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