Processo Stato – Mafia, archeologia giudiziaria


Il processo noto come Trattativa Stato – Mafia ci ha incuriosito nel tempo per varie ragioni. Prima delle quali è che fosse ancorato, come è normale che sia per i processi (ma anormale per un osservatorio autorevole sulla produzione criminogena di persistenti esiti sociali), ai fatti del 1992 in Sicilia (stragi di Falcone e Borsellino) e agli attentati di poco successivi in altre città d’Italia.

E che il processo sia proseguito per vari decenni, nel corso dei quali le attività criminali si sono consolidate e forse, ora, competono tra loro, per fare affari, possibilmente in silenzio, in Italia e, magari, nel mondo.

Altra ragione è che le condanne siano state numerose a carico degli esecutori, insignificanti a carico dei livelli di comando e inesistenti a carico del livello di progettazione degli scenari, in cui gli attentati si sono inseriti.

In sostanza, dopo quasi 30 anni dalle morti emblematiche – questo ci sembra doveroso affermarlo – di Falcone e Borsellino, la trattativa, se pure sia esistita e abbia implicato impegni dello Stato in quanto Stato, e non di tizio o caio per interessi di bassa lega, nei confronti della Mafia, è archeologia giudiziaria.

La traccia che, secondo gli indizi di Purgatori, porterebbe alla corrente andreottiana in Sicilia, e che ancora suscita lo sdegno di Cirino Pomicino, è un nulla di fatto per i cittadini, se non viene spiegato nel processo, o, a latere, da un’informazione attendibile, cosa quella trattativa abbia comportato per il Paese, da chi sia stata in effetti voluta, chi abbia concorso alla progettazione e all’esecuzione dei crimini, e quali risultati siano stati prodotti: oggi, perché i risultati sono sempre produttivi di altri risultati, quando ci sono progetto e risorse. Il processo non risponde a questi legittimi quesiti.

Di Matteo, nelle interviste, insiste nell’attribuzione di qualche responsabilità al livello politico, ma non fornisce spiegazioni sulle implicazioni e sull’attualità. I segnali che il potere mafioso, e non solo, sia aumentato, sono numerosi e consistenti.

Senza la pretesa di dare consigli e, men che meno, di segnalare piste investigative, siamo convinti che gli intrecci di potere e gli esiti fruttuosi forniscono indizi utili per gli investigatori capaci. E, quindi, la prima preoccupazione delle autorità dovrebbe riguardare la capacità degli investigatori.

La seconda preoccupazione dovrebbe riguardare la volontà applicata di fare le indagini, seguendo le piste come pollicino, fino ai demiurghi e alle complicità diffuse, trasversali. Un tempo si favoleggiava di un grande vecchio (Di Matteo lo ricorderà, anche se all’epoca non era ancora magistrato). Oggi quel vecchio potrebbe non esserci più, se pure sia mai esistito. Ma di sicuro ci sono gli epigoni. Dove sono, chi sono, di quali strumenti si servono per influenzare il corso degli eventi e con quali risultati. Ecco, questa potrebbe essere una pista da seguire, sulla base dei dati offerti da tutte le autorità che indagano sui fenomeni criminali organizzati.

L’altra domanda implicita nella volontà unanime di approfondimento è, ovviamente, se tutte le autorità siano disposte a offrire i dati noti, con efficienza ma con prudenza, in concreto con modalità tali che non costituiscano un libro aperto anche per gli osservatori interessati delle organizzazioni criminali. Questa potrebbe essere, secondo il nostro modesto e inesperto avviso, una pista per un’attività di indagine utile ai cittadini.      

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