Patto sociale, c’era una volta

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Si è incrinato il patto sociale, non da oggi. Le avvisaglie risalgono agli anni 90. Gli anni 2000 e l’avvento della crisi del 2008 hanno fatto il resto.

Le cosiddette élite sono autoreferenziali, strapagate dal sistema che hanno costruito a proprio uso e consumo, sottraendosi di fatto al “sacrificio fiscale”. Hanno a propria disposizione i grandi giornali, che pubblicano le loro articolesse illeggibili, e pontificano dai talk show, attribuendo le responsabilità esclusive dell’innegabile degrado generale alla politica, e, sotto sotto, ai cittadini (che in privato chiamano popolo bue).

La politica ha le sue colpe, ha privilegiato la conservazione del proprio status, tradendo gli elettori, mentre veniva scavato il baratro sociale, a condizione che la fiche fosse pagata. Il sistema Paese non ha avuto capacità di reazione e di rigenerazione, perché le complicità sono diffuse e trasversali.

Anche negli altri Paesi occidentali allignano i germi dell’autodistruzione, ma lì, se scoperti, vengono colpiti. Il sistema nella sua complessità viene rispettato, non può essere manomesso, se no crolla.

In Italia, invece, le infezioni vengono coperte, magari con il pretesto, del tutto pretino, che non si debba dare scandalo. Ma un conto è colpire, senza dare scandalo, se possibile, un conto è coprire. In Italia c’è una grande pratica di coperture, con tecniche raffinate nel tempo.

L’individuazione delle responsabilità già è difficile. La complessità del sistema è stata studiata a lungo e complicata al punto giusto. C’è il rimbalzo delle competenze. C’è la risorsa della mancata risposta, anche se, in teoria, è punita.

L’apparato si sostiene e il cittadino non ce la può fare e subisce. Le cause del degrado sociale, che sta trascinando il Paese verso il baratro in una corsa inarrestabile, sono alla portata di chiunque le voglia vedere.

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