Partito di Conte, è già polemica


Il premier Conte sta lavorando alla costituzione del “suo” partito, in realtà il partito di un Centro rinnovato in cerca di rappresentanza, che non si identifica più con le parrocchie e non ha più nell’alleanza atlantica il riferimento geopolitico obbligato. Questo è davanti agli occhi di tutti, anche delle persone meno fantasiose. Che non credono alla favola dell’avvocato qualunque, emigrato a Firenze dalla natia provincia foggiana e prestato alla politica, per un mandato e via.

Conte non si è “rassegnato” all’ingresso in politica perché la Patria aveva bisogno di lui. Qualcuno, anzi, direbbe che ha brigato. Prima con Renzi, che non ha capito il suo potenziale, o lo ha capito fin troppo bene. Poi con i Cinque Stelle, che lo hanno imposto alla Lega. Salvini, all’epoca in ascesa inarrestabile, non ha capito, a sua volta, il personaggio, e in seguito ha dichiarato di essersi sbagliato sul suo conto. Alpa, giurista erudito, è stato uno dei mentori di Conte, un tassello della sua storia personale e professionale, non è stato il deus ex machina della sua scalata improbabile, coronata dall’inaspettato successo. Gli sponsor di Conte sono di tutt’altra pasta, molto più influenti, e si trovano nel Palazzo e fuori. Anzi, si può pensare che il Palazzo, infinitamente più debole di un tempo, sia sensibile ai suggerimenti dei Poteri Forti, che non si fidano più del Pd e non si fideranno mai della Destra rappresentata da Salvini e dalla Meloni. E l’entourage di Berlusconi non appare adeguatamente guarnito. Quindi, c’è uno spazio vuoto da riempire. Conte è stato sotto osservazione, si è trasformato sorprendentemente bene, ha reclamato origine e fede cattolica e il Papa lo ha visto di buon occhio, accreditandolo oltre Tevere (in conflitto con parte della Curia romana) e presso i circoli cattolici che contano, nell’attesa che intorno alla prospettiva neocattolica si aggreghi il consenso. Che in una democrazia costituzionale non deve mancare. D’altra parte, se ci sono i mezzi, il consenso si aggrega. Non ci sono misteri, se non in qualche dettaglio.

Eppure sul partito di Conte è già polemica accesa, tra Luigi Bisignani e Marco Travaglio. Nessuno dei due ha bisogno di presentazioni. Bisignani è un sempreverde, ogni tanto in cerca di autore. Travaglio è una primadonna che non accetta (ancora) parti secondarie. E hanno cominciato a suonarsele. Speriamo che duri, nell’interesse del buon umore dei lettori. Bisignani su Libero ha raccontato qualche dettaglio della scalata di Conte, vero o verosimile, che comprende anche lo spalleggiamento di Travaglio e del suo braccio destro, Andrea Scanzi, giornalista, scrittore con vena comica e commediografo, ospite fisso della Gruber a Otto e Mezzo. Gente che non se la passa male personalmente, crisi o non crisi, ma Il Fatto langue da qualche anno a questa parte. Secondo ADS, il 38,09% di diffusione in meno dal 2013 al 2019. Le copie del Fatto sono passate da 64.384 nel 2013 a 39.858 nel 2019. Sono tanti soldi in meno, e ne risente anche il personale Quarto Potere di Travaglio. Conte forse non rappresenta l’ideale politico di Travaglio (a proposito, quale è?), ma, visto che il Corriere e la Repubblica seguono ed echeggiano, nella nostra personalissima opinione, gli umori dei Poteri Forti, tanto vale dargli retta e adeguarsi. Però a Travaglio, forte dei suoi obiettivi, non è andata giù l’analisi di Bisignani. Come si permette? Si è inviperito e, in mancanza di argomenti, ha risposto a Bisignani con un attacco personale, ricordando i suoi trascorsi giudiziari. Nella teoria dell’argomentazione si ricorre all’attacco personale, che si chiama ad hominem, quando non ci sono argomenti validi. Con ciò, Travaglio ha sostanzialmente confermato l’articolo di Bisignani, non solo per quanto lo riguarda.

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