Palamara affina la difesa


Le chiacchierate improvvide di Luca Palamara con altri magistrati e persone note della politica e della società hanno richiamato drammaticamente, da qualche mese a questa parte, l’attenzione sui disservizi di giustizia.

Ad iniziativa della stessa giustizia, visto che le intercettazioni, ormai famose, sono diventate di dominio pubblico nell’ambito del procedimento penale promosso dalla Procura di Perugia a carico dello stesso Palamara. Le interpretazioni non sono, però, univoche.

Le più malevoli parlano di conflitti interni alla magistratura, in sostanza lotte di potere. Le più benevoli vogliono che sia in corso un’operazione di pulizia.

Palamara inizialmente si è dimostrato sorpreso (e comprensibilmente amareggiato) dall’iniziativa giudiziaria, poi se ne è fatto una ragione ed ha organizzato la difesa, una buona difesa, a giudicare da quello che appare all’esterno.

Lui stesso è diventato una risorsa dell’attività difensiva, ha preso le misure della comunicazione e non si sottrae alle interviste, pur non essendo scaduto, almeno finora, nella sovraesposizione mediatica.

Dalla prima intervista a Non è l’Arena, ha capito che doveva dire qualcosa di più, del lamentarsi di essere stato ingenuo strumento, e non artefice, del sistema correntizio. Ed è passato all’attacco, con la lista dei 133 testimoni, la cui composizione non è comprensibile a tutti, anche se è stata sommariamente spiegata dallo stesso Palamara in una conversazione a Radio Radicale, dove la giornalista e l’avvocato interlocutore Rossodivita sono stati fin troppo rispettosi nei suoi confronti. Un po’ meno, Sabella, magistrato estraneo al sistema e per ciò maltrattato nelle nomine, che si è tolto qualche sassolino dalle scarpe, ma non tutti.

C’è stato del non detto, ad esempio sulle implicazioni dei giochi di potere denunciati dal sistema, che Luciano Violante, esperto, ha così interpretato in una intervista: “l’obiettivo non era collocare il magistrato migliore, ma quello che sarebbe stato più fedele, per mettere nei guai tizio e garantire caio”. 

Il perno delle dichiarazioni di Palamara, invece, ruota intorno ad una asserita neutralità del sistema delle correnti rispetto alle esigenze di giustizia dei cittadini. L’assegnazione dei posti di potere non toccherebbe le iniziative giudiziarie e, men che meno, le sentenze. Non siamo d’accordo con lui, per un motivo che sta davanti agli occhi di  tutti.

Il degrado della giustizia non riguarda solo le questioni più in vista, le cause civili e penali più clamorose. Riguarda la qualità del lavoro quotidiano, sempre più inflazionato da sentenze con motivazioni carenti o copiate dagli atti di causa o, male, da altre sentenze, e dai provvedimenti abnormi, che la Corte di Cassazione stigmatizza, meritevolmente ma senza successo, da tanti anni. Il rimedio dei disservizi deve essere immediato, per non trasformarsi in giustizia denegata o persecutrice.

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