Omicidio Moro, un caso ancora aperto


Moro potrebbe essere stato “prelevato” pacificamente, ma con l’inganno, da persone “amiche”, nella Chiesa di Santa Chiara, sua fermata abituale nel tragitto per il Parlamento.

Gli uomini della scorta sarebbero così diventati testimoni scomodi e, per questo, sarebbero stati sterminati poco dopo. Con le mitragliette nel portabagagli, non avendo in quel momento nessuno da difendere. E, per questo, Moro sarebbe stato assassinato a conclusione della prigionia. Perché non parlasse e non riprendesse l’attività politica.

E’ una teoria accreditata da testimonianze ed è stata esposta convincentemente da Silvana De Mari sulla Verità, per dire che, da quel sequestro e da quella morte, provengono l’impoverimento e l’irrilevanza italiana. I fatti indicano una complicità internazionale (confermata anche negli atti parlamentari delle varie commissioni che si sono succedute) e – scrive la De Mari – “la spinta a sottomettere i popoli e le economie al potere finanziario”. 

Nei due decenni successivi, tra partecipazioni statali spolpate, privatizzazioni, venerdì neri e difese incongrue della lira, l’Italia ha perso ben più della metà del debito pubblico attuale e, con le occasioni di investimento, la capacità di competere a livello globale. I protagonisti delle perdite hanno avuto fortuna politica. I trattati hanno fatto il resto.

 L’omicidio di Moro è un episodio particolarmente rilevante nella storia della decadenza nazionale, ma non è l’unico. Ci sono stati omicidi eccellenti. Le attività di impresa sono state mandate in rovina o rapinate. Migrazioni ed emergenza sanitaria, ora collegate, stanno facendo il resto.

A qualcuno, nelle alte sfere, comincia a venire il dubbio che, senza imprese, anche il settore pubblico dovrà fare una severa cura dimagrante. Il tempo stringe.

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