Omaggio alle vittime dell’11 settembre


Sono trascorsi dieci anni e la profonda lacerazione umana, sociale e politica provocata dall’attacco terroristico ancora non si è composta. Ricordo perfettamente dove mi trovavo e cosa facevo in quelle ore, ma soprattutto ricordo la sensazione di provvisorietà e di incredulità che avvertii alla notizia che un attacco violento, devastante, potesse essere stato portato al cuore della prima potenza politica, economica e militare, tra l’altro in una delle città più belle e più amate del mondo. Si è temuto a lungo che l’evento potesse aver provocato uno spartiacque epocale, segnando il declino degli Stati Uniti e dell’Occidente.

L’Europa non ha reagito, forse non ha capito, gli Stati Uniti sì, confermando, sia pure tra tante difficoltà, l’autorevolezza del mandato storico e la leadership mondiale. Le prove non sono mancate. Ma il segnale vero, inequivocabile, dell’orgoglio americano è rappresentato, anche in questa circostanza, dal principio di coesione nazionale che consente ai cittadini americani nel mondo, nella vita e nella morte, di non  sentirsi e di non essere mai soli.

E’ passata, per lo più sotto silenzio, la notizia che, a distanza di dieci anni, un laboratorio, finanziato, costituito e attrezzato di proposito, abbia dato un nome alle ceneri di una delle tante vittime scomparse, a dimostrazione dell’alleanza spirituale che attraversa tutte le generazioni e tutti gli strati sociali della società americana, della inesausta potenza economica e della volontà politica richiesta per una missione veramente impossibile. E’ materia di riflessione per l’Italia e per l’Europa.

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