No alla celebrazione del Partito Comunista


Ricorre in questi giorni il centenario del Partito Comunista Italiano. Nato da una frazione del Partito Socialista, nel corso della sua intera storia, soprattutto nel secondo dopoguerra, il Pci ha fortemente avversato il frazionismo, emarginando ed espellendo gli iscritti meno ortodossi.

Ha descritto molto bene questo aspetto totalizzante del partito Lodovico Festa nei suoi romanzi, La provvidenza rossa e La confusione morale. Il dissenso critico espresso nella più remota sezione era considerato opposizione alla segreteria centrale. E partivano i probiviri, che in effetti rappresentavano l’intelligence del partito, la vera protagonista dei romanzi di Festa.

Il comitato centrale italiano rifletteva, per quanto fosse possibile ad una organizzazione interna allo Stato costituzionale, il comitato sovietico, retto da regole e prassi che sfuggivano alla conoscenza comune. Per questo il comitato venne infiltrato da ufficiali dei Carabinieri, che, ad un certo punto, vennero individuati, non avvertiti della scoperta e invitati a recarsi in visita a Mosca. Dove ovviamente non si recarono.

Perché l’omicidio politico, che negli ultimi anni è stato spesso citato dalla stampa internazionale, come cattiva abitudine degli Stati Uniti, è stato largamente praticato dall’Unione Sovietica fin dalle origini. L’omicidio di Trotsky è il più noto, ma ce ne sono stati numerosi altri. Perfino Berlinguer fu vittima di un attentato alla vita in Bulgaria, da cui uscì miracolosamente illeso. Lo ha ricordato nei giorni scorsi la figlia Bianca.

Viene ascritto a merito del Pci e del sindacato di riferimento, la Cgil, il benessere sociale degli anni del Boom economico. Sebbene sia vero che l’azione dialettica contrapposta abbia svolto, in fabbrica e nel paese, un ruolo di equilibrio e abbia contribuito, allora, all’introduzione di correttivi del sistema economico in favore dei lavoratori dipendenti, è altrettanto vero che partito e sindacato hanno abusato, a fini personalistici, della posizione progressivamente egemonica occupata nella società e nella politica. Guastando la prospettiva di progresso e di sviluppo del paese, ancorato all’alleanza atlantica, ma diviso nell’anima.

Ci sono stati i “compagni che sbagliano”, c’è stata la strategia della tensione, c’è stata la politica della fermezza adottata nel caso Moro, i cui effettivi contorni non sono mai stati chiariti. Per il contributo materiale di quei compagni che hanno occultato la gran parte del memoriale Moro. Impedendo che l’Italia fosse avvertita di ciò che si stava preparando, contribuendo così al dissesto del paese e all’impoverimento di quel ceto debole che, tramite le rivoluzioni, avrebbe dovuto conquistare il potere.

Il potere, in realtà, è stato conquistato ad un certo punto, con il beneplacito della finanza che ha banchettato al tavolo delle privatizzazioni, dividendosi le spoglie del patrimonio nazionale, fatto, fino a pochi anni prima, di industrie primarie a livello internazionale.

Non è solo l’esistenza della gauche caviar a denunciare il tradimento consumato dal Pci e dalle sue successive versioni a carico degli iscritti e degli elettori. Timidamente, anche i pensatori premiati dal Partito Comunista hanno aperto gli occhi. A cose fatte. C’è stato il gruppetto dei professori arruolati da Berlusconi negli anni 90. Luciano Canfora ha scritto un libro sul partito che è una denuncia fin dal titolo: Metamorfosi.

Per concludere, non siamo assolutamente contro la rievocazione della storia in cui il Pci ha svolto un ruolo. Siamo contro la celebrazione.       

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