Il mondo del male

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Renzi, sentendosi accerchiato dalla magistratura inquirente, ha pronunciato in Senato un discorso, destinato, nei suoi propositi, a diventare famoso. Se non altro, per la citazione di Moro e di Craxi, assediati l’uno dallo scandalo Lockeed, l’altro da Tangentopoli.

Moro disse, a fine anni 70, nell’anno precedente il suo assassinio, che la DC non si sarebbe fatta processare nelle piazze. E queste parole dette da lui, un moderato per definizione, effettivamente hanno segnato una stagione della politica italiana. Che, di scandalo in scandalo, si sarebbe evoluta verso Tangentopoli: inizio anni 90.

Andiamo per i 30 anni, ma tutto è sostanzialmente rimasto come prima. Cambiano le persone, spesso peggiori delle precedenti. Moro e Craxi e molti altri della loro epoca avevano un tutt’altro spessore, personale e politico. Anche se erano assistiti da due vantaggi: dalla divulgazione meno veloce e più controllata delle notizie; dal tracciato della politica, segnato dal mondo diviso in due e dalla Guerra Fredda, in cui la collocazione dell’Italia era stata decisa negli accordi spartitori del 1945.

Se Moro, Fanfani, Andreotti e tutti gli altri esponenti di primo piano di tutti i partiti italiani, Psi, Pri, Pli, Pci (il Msi è stato fuori dall’agone fino alla trasformazione in Alleanza Nazionale nel 1992) avessero dovuto competere con gli altri Paesi nel mondo globalizzato, si sarebbero dimostrati all’altezza? La spregiudicatezza da loro adottata nei giochi di potere, nei corridoi della politica e negli equilibri correntizi, comunque all’interno del Paese, si sarebbe dimostrata adeguata alla bisogna nei confronti di altri Paesi?

La risposta ovviamente è aperta. Noi temiamo di no. Il referente sarebbe diventato padrone, a prescindere dalla caratura personale. Perché ciò che caratterizza il politico italiano è la capacità di adattamento, nel bene e nel male. E questo è diventato il mondo del male.

 

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