Mobbing, non solo sul posto di lavoro

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La parola Mobbing (originariamente “assalto”) è entrata da parecchi anni nel lessico quotidiano e giudiziario italiano con il significato di molestia grave, continua, persecutoria sul luogo di lavoro. Del capo in danno del dipendente o, più spesso, della dipendente.
La Cassazione, con una recente sentenza, ha dilatato l’applicazione, estendendola, nel caso giudicato, al settore immobiliare.

Una fondazione, tra l’altro di diritto pubblico, proprietaria di un consistente patrimonio immobiliare, ha perseguitato un inquilino con una serie di iniziative giudiziarie, intollerabili e ingiustificate, e, infatti, tutte regolarmente risolte dall’Autorità Giudiziaria in favore del poveretto. Fino al momento in cui il rapporto di locazione è cessato per scadenza naturale. Ma la legittima reazione dell’inquilino nei confronti dell’Ente, accanito in suo danno, è proseguita e la Cassazione l’ha ritenuta fondata, rinviando dinanzi alla Corte di Appello per la valutazione di merito di tale comportamento, nell’ambito dei confini tracciati dal suo superiore giudizio.

Del tutto condivisibile, la sentenza della Cassazione si inserisce nell’alveo della tutela della persona debole nei confronti del Moloch, che, in versione moderna, si trincera dietro alla inesorabilità della burocrazia di ogni tipo, opaca, stupida e spesso corrotta, che pretende sacrifici quotidiani per esigenze statistiche o ingiustificate avversioni personali, esattamente come la malvagia divinità del mito. Come sanno tutti quelli che ogni giorno si scontrano con le “autorità”, non solo pubbliche, anche private, strutturate, organizzate, impenetrabili e spietate. Ben venga la sentenza della Cassazione. E speriamo che la sentenza segni l’inversione di tendenza.

 

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