Manovre presidenziali, mischia al centro


Mastella, sindaco di Benevento, ma, in passato, ministro e artefice di fatti e misfatti di aggregazioni partitiche stabili o temporanee, si è ripresentato sulla scena politica nazionale con Noi di Centro. Non una novellata Democrazia Cristiana, ha precisato, che è fenomeno irripetibile, ma un quid fatto apposta per occupare il centro e partecipare all’elezione presidenziale spostando gli equilibri in parlamento.

Perché finora né destra, né sinistra ce la fanno. Nemmeno ramazzando gli sfollati dei partiti in cerca di un nuovo mandato o almeno di qualche incarico nelle società pubbliche. Da chi sia, sia.

Berlusconi, indomito cacciatore di voti, ha fiutato l’aria per l’ennesima volta e si è messo a blandire l’elettorato dei cinque stelle. Per passare, a breve, alla caccia del parlamentare smarrito. Rotondi, altro equilibrista del centro, che, dalla sua, ha la voce grave e una certa dose di ironia, per non lasciare la scena a Mastella, ha improvvisato dichiarazioni a go – go.

Renzi e Calenda fremono. Pensavano di avere impegnato l’intero scacchiere con qualche pedone e, ora, devono fare i conti con gli esperti della supercazzola. Draghi, nel frattempo, tace. Candidato naturale alla presidenza fino a qualche mese fa, ora rischia la visibilità di qualche insuccesso, che gli verrebbe prontamente rinfacciato.

Di certo, Draghi si è accreditato con il nuovo inquilino della Casa Bianca, lasciando intravedere un principio di rimonta contro l’invasore cinese, in Italia e in Europa. Ma non è un credito di semplice riscossione. Un conto è una nomina al vertice delle forze armate, che passa per la moral suasion di qualche ministro, un altro è l’elezione presidenziale, che richiede il consenso di oltre la metà del parlamento, cioè di oltre 1000 grandi elettori, assatanati di potere e di poltrone.

Chi li controlla! Non ce la fa nemmeno Renzi, che pure ce la mette tutta per trovare la pedina giusta. Si impegnasse così in politica, sarebbe uno statista. A giudicare dalle apparenze, dovrebbe essere un’elezione più elaborata del solito.

In realtà, le grandi manovre sono partite da tempo, con la designazione dei candidati sindaco deboli a Roma e Milano. Non una ingenuità di Salvini e Meloni (e tanto meno di Berlusconi), ma il tassello di una manovra ad ampio respiro. Per acquisire crediti nel Pd e nella compagnia dei numi ispiratori, in Italia e altrove. Azzeccata, dal punto di vista di Berlusconi e Renzi.

Se al Pd, in debito delle due grandi città, riesce di attrarre l’interesse e i voti dei cinque stelle tramite l’intermediazione di Conte (nominato per questo al vertice di quello che fu il “partito del cambiamento”!), il patto scellerato con la destra conservatrice (di sé stessa) è concluso e il controllo della maggioranza assoluta è garantito. A prova di franchi tiratori. Purché il nome sia accettabile. Le influenze seguiranno. Meno complicato di quanto possa sembrare!   

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